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[L'INCANTESIMO DEI FIORI]
Tu batti con la tua timida nocca
all'uscio, ed entri; e strisci alla parete,
incerta.—Ma chi sei?... Porti una rete
d'oro sui fianchi, e una giunchiglia in bocca.
Vidi altre volte il viso tuo sottile
di faunetta silvestre, fra due rami
spuntare. Ma piacer d'altri richiami
mi spinse—e non sentìi ch'era d'aprile.
Solo or m'accorgo che hai un occhio verde
ed uno azzurro, e sai di terra e d'erba.
Ah, s'io ti bacio sulla bocca acerba,
forse l'anima mia più non ti perde!...
Non oso. Ma con denti di pantera,
aguzzi, tu sorridi: e t'è caduto
il fior di bocca, e col leggiadro e muto
gesto a me ti riveli, o Primavera:
e fiori e fiori dalle dita snelle
sbocciano, in fasci, in grappoli, in germogli:
per la mia gioia al nudo suol tu sciogli
la tua dovizia di terrene stelle.
Tanto mi doni?... Vi son dunque tanti
fiori nel mondo?... ed io le avverse ciglia
chiuse tenevo sulla maraviglia
ch'ora, per te, mi folgora?... per quanti
anni fui cieca?...—Ecco le genzïane
cilestri, e il fior di menta, e il fior di maggio-
-rana, e il timo e il ranuncolo selvaggio,
e le viole dalle facce umane:
ecco i fiori di frutto, ah, sì leggeri
che a un soffio cadono, e già gonfio è il seme
di sotto; e l'eliotropo aureo, che teme
la notte, e volge al sole occhi e pensieri:
e le rose di carne, di dolcissima
e tenue carne, che, a mangiarla, in succhi
d'amore si trasforma; e nivei mucchi
di tuberose, e grappe di narcissi:
e il cupo verde delle felci, e i pallidi
grigi de le betulle, e le incorporee
trine del capelvenere, e le arboree
glicinie, e le palustri emerocallidi....
.... Sorreggimi, Occhiglauca!... Ho la vertigine.
Or mi trasmuto, come Dafne, in tronco.
Lo spirto, in forma umana avvinto e monco,
torna, d'un balzo, alla silvestre origine!...
Boccadifiori, baciami!... Parole
divine odo, calor di linfe suggo.
E dalla vita e dalla morte fuggo,
per annientarmi nel fulgor del sole.
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[I GIACIGLI]
Non per dormire—poi che il sonno è tolto
a quest'occhi che ardor di conoscenza
aperti tiene anche nell'ombra, senza
riposo, accese lampade nel volto:
non per dormir, ma per sapere, in ogni
letto io volli accostar la belva umana:
a lei dappresso ma da lei lontana
come il fantasma che compar nei sogni.
E vidi, in lari che si chiaman sacri,
la quiete non già, ma il dramma oscuro
dell'odio sibilar fra letto e muro,
e pianger figli a quegli spasimi acri.
Tra porta e porta ascoltai scoppi secchi
di voce, come palle di pistola
dritte al segno del cuore o della gola,
o aguzze pietre a fionda contro specchi:
parole unghiute, uguali a uncin che artiglia,
singhiozzi, uguali a strider di catene
scosse—e in vano implorai su quelle pene
esasperate un pio chiuder di ciglia.
*
Ma, anche, io vidi il volto di chi dorme
dopo l'amplesso, cuore contro cuore.
Stanco, livido, assente, nel flosciore
delle labbra, allentate in smorfia informe.
Spento il baglior dell'attimo che illude
l'anima di sfuggire al suo sgomento
d'esser sola, tornar, cieco, il tormento
io vidi, a gogna delle membra ignude.
Ed era chiuso senza perdonanza
l'un volto all'altro: e torbido, ed avverso:
l'uomo non ha che sè nell'universo,
sol per pietà gli mente la speranza.
E chi conta nel sonno il suo danaro,
e chi in sogno combatte un suo rimorso,
e chi con suggellate iridi un corso
segue di fiume susurrante e chiaro:
e l'amico e il nemico e il vile e il forte
guardai nell'ora in cui l'orgoglio oblia
la maschera: e mal fu: per chi lo spia
il sonno è più tremendo della morte.
Rantoli e incùbi di morenti in fila
negli ospedali; tenebre di celle
ove colui che non vedrà le stelle
più mai, memorie, vaneggiando, infila!...
Spasimoso ansimar sulle cuccette
degli asili notturni, aliti densi
di vino, naufragar di tutti i sensi
nel gorgo delle mescolanze infette!...
Destituita dalla somiglianza
con Dio,—da sè diversa umana faccia
che della luce e del pensier la traccia
smarrisci,—e ti deturpi in oblianza!...
Due creature io solo scôrsi, belle
nel sonno: ah, così belle, che i giardini
del cielo, dai silenzïi turchini,
sfogliavano su lor fiori di stelle.
L'uno era un bimbo, in un candor soave
di trine, e lo cullava un pio cantare:
l'altro era un marinaio in mezzo al mare,
e lo cullava il ponte della nave.
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[L'UOMO SEPOLTO]
Miniera di Senghenydd.
Ottobre 1913.
Georg, biondo atleta: non udisti un rombo
sovra il tuo capo?... uno sparar di cento
cannoni, a un tratto?...—Ora, silenzio.—È spento
il tempo. L'aria è come fuso piombo.
Pietre su pietre franano alle bocche
degli anditi. Ove sono i tuoi fratelli?...
Non ti vale dell'unghie far coltelli,
nè, ruggendo, divellerti le ciocche
scomposte, nè cozzar con sanguinanti
membra contro la notte che t'acceca.
Di là, nella stessa ombra sorda e cieca,
son mille e più di mille agonizzanti.
Scagliansi in mucchio verso l'orifizio
distrutto, con feroci granfie il dorso
l'uno all'altro raspando, a pugno e morso
fuggir primi tentando al gran supplizio:
ma fumo e fiamma indietro li ricaccia,
non v'è più strada, non vi son più porte:
solo, e despota, il caos....—Ma tu sei forte,
Georg.—Taci.—Guarda la tua fine in faccia.
*
Ricordi tu come sia fatto il cielo?...
.... Grigio ora, e curvo sui sinistri pozzi
della miniera; e un getto di singhiozzi
immenso, fino a quel livor di gelo.
E donne e donne coi bambini in collo
e al fianco, con irti aridi cernecchi
di furie al vento; e infermi e storpi e vecchi
guatanti il mostro non ancor satollo....
E invocano, che il mostro dal suo fondo
vomiti all'aria le ingoiate squadre:
e v'è fra essi la tua bianca madre,
Georg!... V'è tuo padre. Hanno te solo al mondo.
Le ossature dei pozzi han somiglianza
di scheletri: il silenzio fa spavento
più dell'urlo: nel livido sgomento
della folla ancor trema una speranza:
ma non rende la bocca maledetta
quel che inghiottì....—Con gesto di flagello
leva la folla come un sol coltello
le braccia, a testimonio di vendetta.
*
.... Georg, il corpo tuo grande si fa pietra
fra pietre: e luna e l'altre uguali stanno
ormai nel tempo; e ciò che fu l'affanno
d'un'ora, è calma immota in ombra tetra.
Ma non è morte, e non è tomba. Esiste
sol la materia, che caduche imagini
di carne transustanzia entro compagini
sacre, irridendo alle querele triste.
Tenebra di caverne, fulvo dorso
di monte, erbosa immensità di piano,
tutto non è che sedimento umano,
nè s'arresta Re Atomo in suo corso.
E chi calchi l'orecchio sul fecondo
solco, o lungo le vertebre del masso,
sente il respir dei morti, che il trapasso
sciolse in vene d'occulto hùmus pel mondo.
Georg, biondo atleta, umile eroe sommerso
nell'ombra, a giorni effimeri perduto,
a giorni eterni assunto,—io ti saluto:—
prima eri un corpo; ed or sei l'universo.
[pg!203]