[SPERANZA]
Forse il lume ch'io cerco è quel che splende
là in fondo. No. S'è spento. Era un mio vano
miraggio. Ma, più in alto e più lontano,
un altro lume e un altro, ecco, s'accende.
Forse il tetto ch'io cerco è quel che fuma
dietro quei pioppi; e alcun v'attizza il fuoco
per riscaldarmi....—No. Sparve. Era un gioco
di nuvole.... Ma un altro è fra la bruma.
Forse il fratel ch'io cerco è quel che il viso
ora mi tende, e il cuor nel viso, emerso
sopra la folla. Ed ecco, mi s'è sperso....
Ma un altro volto scorgo, e un altro riso.
Come se dal mio alvo fosse espresso
il mondo è mio, sol perchè il vedo in sogno:
quel che ho non curo, e quel ch'è incerto agogno,
e mangio e bevo del mio sangue istesso.
Delizia del cadere, e poi delizia
del drizzarsi d'un balzo, senza chiedere
aiuto: e non guardar che la mia fede,
e portar dentro me la mia milizia!...
E vado. Ad ogni membro ho qualche benda
su qualche vecchia o giovine ferita.
Pur, così come a me t'abbranchi, o vita,
troppo bella sei tu perch'io t'offenda.
Ti benedico, o vita, per l'amore
che mi negasti, per le chiare strade
che mi chiudesti, per le sette spade
con cui mi tormentasti carne e cuore:
perchè altro amor più bello, altro sentiero
più largo io sognar posso: e col fantasma
che la speranza al desiderio plasma
vincer la nuda aridità del vero.
[pg!207]
[NOSTALGIA]
V'è alcun che canta: «O sole mio......» su l'acque
verdastre della Lìmmat.—Chi?...—S'affonda,
o voce, il cuor nella tua scìa profonda,
il triste cuore ove ogni voce tacque.
Freddo, pioggia, crepuscolo. Beffarde
sbucan le lune elettriche, fra aloni
di nebbia. Oscure ombre mi radon, suoni
rauchi movendo dalle lingue tarde.
«Ja, yes.» Ma «O sole mio....» dall'altra riva
chiama il canto che forse non ha bocca,
ch'è di fantasma; e l'anima mi tocca
con la carezza d'una mano viva.
Batto i denti, alla pioggia. E più il mantello
su me ravvolgo, e più mi sento ignuda:
mi sferza il dorso la ferocia cruda
del croscïante gelido flagello.
Bene risponde, col suo scampanare
a stormo, il sangue entro le arterie folli:
—Esilio, tu sei mio perch'io ti volli,
perchè mi piacque le tue vie calcare.—
Esilio?... Ma qual'è dunque, o tremenda
anima, la tua vera patria?... In quale
angol di terra addormirai tu il male
tuo, che piangere sempre io non t'intenda?...
S'io mi buttassi a fiume, tu faresti
forse silenzio, anima disperata.
Andrei, colla corrente. Andrei, placata
all'improvviso, fin che il Sol si desti,
il Sole mio, sì bello e sì lontano
ch'io non lo vidi con quest'occhi ancora:
e con l'incendio de' suoi raggi indora
sol chi per lui gettò l'ingombro umano.
[pg!211]
[LA CERCATRICE D'ORO]
E scavo e scavo, nella pietra, a prova
di picca.—Vena d'Oro, vena d'Oro!...—
Aspre occultan le rocce il lor tesoro,
ma v'è chi a ben perseverar lo trova.
Io più non so da quanti anni le braccia
mi stronco nell'indomita battaglia.
Il macigno m'irride, scaglia a scaglia
balzando agli occhi. E falsa è ancor la traccia.
Se un balenar m'illude, altri mi scosta,
brutale, sibilando:—Questo è mio:—
.... ma non è oro, è talco.—Ed altri ed io
torniamo, insonni, alla superba posta.
Intorno e innanzi a me scorgo perversi
volti, quadre e selvatiche mascelle
di animali da preda; e le favelle
incrocian sfavillìi di stocchi avversi.
E il furor della lotta e l'ingordigia
tende ed ingrossa i muscoli, scolpisce
forza odio frode sopra i volti; e strisce
di sangue irrigan la petraia grigia.
.... Scòpriti finalmente, Oro, bell'Oro,
ragion di vita, fonte della grazia.
Il polso e il braccio sul piccon si strazia,
cedon le fibre all'ìmprobo lavoro.
Quando il terren sarà vana maceria,
scaverò nella carne sino all'osso.
Quando la carne non sarà che un rosso
brandello, spaccherò del cuor l'arteria.
Ah, forse allor, piombando sul basalto
arido, io penserò che a possederti,
o Verità, basta fissar gli aperti
occhi negli astri fiammeggianti in alto.
[pg!215]