Or che la notte grava sul supplizio
di chi non dorme, e tu sei sola in faccia
a te, sola nel vuoto che t'agghiaccia,
e non vestita che del tuo cilizio:
come fossi sul punto di morire
confèssati, chè l'anima t'ascolta:
dolce ti sia, non fosse che una volta,
quel che da te mai non fu detto, dire.
Confessa che la tua ribellïone
non è che l'urlo della creatura
debole, che mancò la sua ventura
per non aver trovato il suo padrone.
Confessa che tu vai con fiammeggiante
torcia sanguigna contro leggi ed uomini,
solo perchè la forza che ti domini
tutta, ancor non t'assalse il cor tremante.
Ed altro tu non sei che una fanciulla
fragile, torturata dall'angoscia
d'essere sola, e che talor s'accoscia
rabbrividendo di tutto e di nulla:
e—se il dirlo t'è colpo di staffile
bene assestato alla superbia prava,
che importa?...—non saresti che una schiava
d'amor, contenta del suo posto vile,
se pur domani, verso te, dal rogo
ove chi arde più a sè prega ardore,
venisse a tese braccia il tuo signore,
per cui delizia ti sarebbe il giogo.
*
Senza misericordia e senza tema
prendi ed indaga, or che nessun ti guarda,
questa povera tua vita bugiarda
che inconsolabilmente in man ti trema.
Dilaniala, se vuoi: non ha difesa
contro la tua curiosità feroce:
puoi con tre chiodi conficcarla in croce,
per vendicarti della lunga offesa.
È un cencio rosso, con lacerti monchi,
con fibrille pendenti: è un feto morto:
più non attende ormai, sotto il tuo smorto
sguardo, che il colpo che da te la tronchi.
Ma tu non osi. Ma tu l'ami, frusta
così: la scuoti, con furor selvaggio:
giovine ancora, e intrepido, è il coraggio
che ti sospinge con schioccar di frusta.
Giovine ancor tu sei, per la dovizia
che in fiori intatti dentro ti germoglia,
e più t'adorna quanto più sei spoglia,
e, se soccombi, a nuove vie t'inizia.
E doman come ieri, sotto panni
superbi il cuore in umiltà raccolto,
null'altro al mondo cercherai, che il volto
invisibil che cerchi da tant'anni:
e se lungo la strada che t'avanza
no 'l troverai, forzando anche le porte
del silenzio, nei regni della morte
seppellirai con te la tua speranza.
[pg!221]
[LIBERAZIONE]
I.
Croce Rossa.
Carità!... Veste bianca come benda,
croce al petto vermiglia come piaga:
tra fumo e fuoco e sangue che dilaga
ala e riparo di pietosa tenda:
quando ancor l'aria palpita del rombo
della mitraglia, ed all'incendio in groppa
Morte per campo e per trincea galoppa
sugli eroi cui trafisse il ferro e il piombo,
piccola suora che non teme agguato
di palle sperse, e dei feriti il carco
segue e protegge per sinistro varco,
della pietà, che l'arma. Eroe-Soldato!...
Chi m'è fratello ignoro e chi nemico,
colui che a me si affida è tutto mio;
e più egli soffre e più ritrovo Iddio
nella miseria sua che benedico.
Come un leone ha combattuto, ed ora
—«Mamma!.....—implora, con l'ansia d'un bambino
Ch'io ti menta per lui, bacio divino:
ch'io sia la madre della tragica ora!...
E il marcio e il lezzo delle piaghe, e i grumi
di sanie, ed i troncati arti, ed i ciechi
occhi divelti e i cavi petti e i biechi
labbri ruggenti e il sangue sparso a fiumi
liberin me da me, mi rendan pura
d'ogni memoria mia: così perduta
nel pianto altrui, che dentro il cor sia muta
la bestemmia dell'intima tortura.
II.
Salvation Army.
Salvation-Army!...—Senza nome e senza
patria, per tutti i lastrici del mondo
e le case perdute e il trivio immondo,
gettare, in gaudio, la mia pia semenza:
essere una, ed esser mille e più di
mille: nei bassi vicoli e nei covi
discendere, ove ingurgitan, da nuovi
e vecchi sbocchi, delinquenti, drudi,
vittime stanche, femmine da conio,
Barabba e Alfonso, Maddalena e Taide,
e turbe vaporanti dalle laide
carni dell'alcoöl l'arso demonio:
dove, figlia dell'ombra, la miseria
s'accoppia al vizio e genera il delitto,
tutta avventarmi, col vibrar diritto
della siringa in una guasta arteria!...
Essere una, e mille, e più di mille.
Esser piccola e pallida, e risplendere
quale una torcia, e alla mia fiamma accendere
umane innumerevoli scintille:
e sentir che, da esse, opache turbe
potrebber forse divampare in roghi
devastatori del mal seme, in roghi
d'anime, illuminanti i campi e l'urbe:
per la carne che soffre e per l'anelo
amor che l'arde, pel sottil sarmento
e il magnifico incendio, essere il vento
che sospinge le fiamme insino al cielo.
III.
«Libera me da me.»
Infilar presso a te punto su punto
nel tugurio ove ignori e sonno e pace,
o dolorosa, che, se il labbro tace,
riveli il tuo patir nel volto smunto:
dell'aratro con te tirar la stanga
per fender solchi che ci diano il pane,
uomo, che tutte le scïenze umane
sai, poi che in pugno sai stringer la vanga:
santificar con libero e fraterno
gesto il tuo maglio, o fabbro, il tuo piccone,
o minatore, la tua passïone
umile, o schiavo del travaglio eterno!...
Libera me da me, nell'oceanico
tumulto travolgendo il mio rottame
naufrago, umanità, che hai sete e fame
di cuori, a pasto del tuo cuor titanico!...
Forse la triste femmina in gramaglie
pesanti, la reclusa che mi mugola
dentro, con tal convulso arrancar d'ugola
che par l'anima schizzi fra tanaglie,
tacerà.—Sarò un'altra. Sarò quella
che dona. Sarò l'ombra della vita.
Coglierò fiori con le bianche dita
per alcun che dirà:—Grazie, sorella....—
E udrò l'onda del sangue gorgogliare
non solo in me, ma in ogni calda polla
della terra; e fluir, placida, colla
calma d'un fiume che discende al mare.
[pg!229]
[I SOPRAVVISSUTI]
I.
Fu, prima, ferocissima, la guerra.
Poscia, il saccheggio con la pestilenza.
E siccità distrusse ogni semenza.
E il terremoto devastò la terra.
Mostruosi grovigli d'insepolte
vittime scavalcando con demente
rabbia, i vivi, fra lunghe urla sgomente,
abbandonaron le crollate vôlte.
E ad uno ad uno caddero per via.
E per giorni e per notti la tormenta
divina imperversò, fin che fu spenta
ogni voce nel mondo in agonia.
Di cerchia in cerchia ruinò sperduto
del sole in traccia, come pazzo, il mondo;
nel suo terrore d'astro moribondo
all'altre stelle in van chiedendo aiuto.
Ma la celeste rutilante aurora,
per volontà di Dio dal caos balzando,
disse: Pace!...—e le arrise il miserando
regno dei morti e del silenzio, ancora.
E pace fu, sopra la terra. Il solco,
sazio di sangue e di midollo umano,
in opulento biondeggiar di grano
risfolgorò, senz'opra di bifolco.
E ancor le piante misero le fronde.
E qualche uccello ancor vi pose il nido.
Tutto tornò com'era, a monte e a lido,
al bosco e al prato, in cielo e sovra l'onde.
Sol fu distrutto quel che l'uom creò,
la casa, il libro, il quadro, il circo, il tempio,
la macchina: e distrutto egli, con l'empio
suo cuore.—Ma un manipolo restò.—
Restò, padrone, in faccia al cataclisma.
Restò, più forte della cieca morte.
—Compagni!... Nostre ormai sono le porte
del tempo!... Assunti dal vermiglio crisma
al gran destino, di gladïatoria
possanza i maschi, di superba grazia
le donne,—avanti!...—Il nuovo impero spazia
da nord a sud. Al nuovo impero, gloria!...—
II.
Ultimi d'una stirpe di titani,
progenitori di più eccelsi eroi,
or che faremo?... Quale, ora, da noi
prova attende, alba vergine, il domani?...
Sparvero i lari, i codici, i messali,
i crocifissi dalle tese braccia
consolatrici: inabissò ogni traccia
di civiltà negl'ìnferi letali.
O mio compagno atletico, rammenti
tu il tuo nome?... e tu, fiore di dolcezza,
femmina bella come la bellezza,
che smarrita mi guardi e non mi senti?...
E tu, che ascondi dietro il fronte enorme
la scïenza dei secoli;—e de' tuoi
volumi, ove scrutasti il prima e il poi,
l'ammasso in gora senza scampo dorme?...—
E tu, che sulle storte gambe reggi
ligneo torso nodoso, uso al travaglio
di leva?... e tu, che corda di bavaglio
tessevi un dì, tessendo all'uom le leggi?...
E tu, donna, che porti sulle labra
impresso il bacio d'una moltitudine?...
Tu, ch'eri ladro?... tu, che in solitudine
scandagliavi l'insonne anima scabra?...
Novello nome per virtù novella
venga a ciascun dal limpido lavacro
donde ei, fanciullo primigenio, il sacro
cammino imprenda verso nova stella!...
Sia rimesso a ciascuno il suo peccato
s'egli peccò secondo la scomparsa
legge:—maravigliosa anima, apparsa
dal caos, prima di te nulla era nato!...
Parli e agisca ciascun secondo il detto
della sua verità, nuda ed eterna
come quella che i sommi astri governa
e un perchè impone all'albero e all'insetto:
ciascun discopra, invïolato, il volto
della sua verità dall'ombra trista:
per la bellezza che non fu ancor vista,
per l'amore che ancor non fu raccolto.
III.
Fiorirà dal novissimo pensiero
la novissima lingua; ai puri infanti
coi colloquî degli alberi e coi pianti
dell'acque intatto offrendo il suo mistero.
Maravigliosa anima nostra, figlia
del caos, sì presso alla lucente origine
che tocchi, col respiro, la vertigine
degli astri, e chiudi il sole entro le ciglia!...
Nella tua nudità senza vergogna,
nella tua forza che a se stessa è braccio,
e, perchè sciolta d'ogni falso laccio,
innocente di frode e di menzogna!...
Da oggi a sempre, o tu che nel tuo viso
sol ti rifletti, va per vie d'amore,
lieve ondeggiando in cerchi di splendore
cosmico, e ardendo in ogni atomo un riso!...
.... Ma già tramonta, o miei fratelli, il Dio
di questo giorno: già, sanguinolente
nubi e spade di fiamma ad occidente
guardano a noi come per dirci addio.
Mai non vedemmo, o miei fratelli, il sole
con tristezza sì grande naufragare:
sparve: è una pioggia ormai, su terra e mare,
di tacite impalpabili viole.
Dove sono, o fratelli, le campane
che suonavano un dì l'Ave Maria,
accompagnando il pellegrin per via,
dolci di tutte le dolcezze umane?...
Dove le umìli tremule fiammelle
dei lari, guida al vagabondo e scorta?...
O memoria, tu dunque non sei morta!...
uomo, ugual tu sei sotto le stelle!...
Chi piange?... Il cuor s'accosti all'altro cuore,
se ha freddo. E dentro soffochi il singulto.
Se rivelato essere a noi l'Occulto
deve, e vinto da noi tempo e dolore,
dal più profondo anelito dell'Io
sorga e s'adori,—come nella culla
di strame il Cristo,—innanzi al tutto e al nulla,
l'immortale Unità dell'Uomo-Dio.
FINE.
Nota dei trascrittori
Le grafie alternative sono state mantenute (vïole/viole, oblìo/oblio). I minimi errori tipografici sono stati corretti senza annotazione.
*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK ESILIO ***