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[LACRIME SILENZIOSE]

Mute, senza singhiozzi, allor che nessuno le vede,

quando, venute l'ombre, de i visi la maschera cede,

mute, senza singhiozzi, solcando roventi le gote,

goccian, da fiere mani nascoste, le lacrime ignote.

Come inesausta fonte, oh, sgorgan nel freddo silenzio,

sciogliendosi su i labbri con acre sapore d'assenzio.

L'ombra le guarda e tace, le ascolta cadere dirotte,

e tace; e in essa il loro segreto d'angoscia s'inghiotte.

Stille di piombo fuso su viscere dilanïate,

ricadono su i cuori—e tutti ne abbiamo versate.

Chi mai, chi mai, fratelli, nel mondo può dir che le sole

lacrime sieno quelle che i cenci rivelano al Sole,

porte e finestre aprendo per chieder pietà su le vie,

pietà pei bimbi scarni, pietà per le ignude agonie?...

*

Mute, senza singhiozzi, allor che nessuno le vede,

quando, venute l'ombre, de i visi la maschera cede,

mute, senza singhiozzi, solcando roventi le gote,

goccian, da fiere mani nascoste, le lacrime ignote.

Piangon su i vecchi sogni, sul vecchio lontano dolore

che il labbro dice—spento—che è piaga insanabil nel core;

piangon su i figli ingrati, sul mesto avvizzir de la vita

che, come sabbia d'oro, ne sfugge da l'avide dita;

su quel che tu non dici nè pure a te stessa talvolta,

anima miseranda, nel buio, nel dubbio travolta!...

Gocce di vivo sangue, o lacrime ignote, sgorgare

da ignoti occhi vi sento—e, ahimè!... non vi posso asciugare.

Lo metteran sotterra, il cor che in segreto vi pianse:

non saprà mai nessuno che oscura tristezza l'infranse.

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[LA VECCHIA PORTA]

Quadro di A. Baertsoen.

A Elisa Ricci.

La vecchia porta s'apre nel fianco del vicolo oscuro:

goccia miseria e lebbra la crosta del viscido muro.

Nera come un abisso, è muta, è sinistra la porta:

sotto le basse nubi sta, fredda, terribile, morta.

Morta?... no, pensa.—Cose nel tempo sepolte ella sa.

Molto ricorda—amore, dolore, delitto, pietà.

.... Passò, scherzosa, a l'alba, tornò, stanca e pallida, a sera,

con le compagne, l'esile fanciulla che avea ne la fiera

bocca e ne gli occhi glauchi la luce d'un sogno.—Non fu

vista tornare, un giorno. Nessuno la vide mai più.—

.... La vecchia porta pensa:—ne l'andito buio, una notte,

due corpi avviticchiati, un colpo, uno schianto, due rotte

parole: A me! soccorso!...—Durò, dentro l'andito muto,

tutta la notte il rantolo de l'uom che morì senza aiuto.

Piccole, strette bare di bimbi rachitici, spenti

da tabe e da miseria nel fiore de gli anni innocenti,

passarono.—Non pianse la madre, o assai breve fu il pianto:

è dolce ai bimbi infermi la pace del pio camposanto.

Passarono i braccianti, cantando. Ma avevan le note

un ritmo grave, un senso d'ignote tristezze, d'ignote

lacrime.... e una fanciulla da l'alto guardava, chinato

il viso fra i cespugli di qualche geranio malato.

Quanti singhiozzi e sogni di povere vite ascoltò

la vecchia porta?... ora essa è stanca. —Ora pensa: Cadrò.—

*

Con voluttà di gioia, le picche e i martelli, domani,

faran le grigie case del sordido vicolo a brani.

Abbatteranno i muri stillanti la febbre del tifo,

le garrule ringhiere, degli anditi immondi lo schifo,

le stanze ove s'ammucchian, su stretti promiscui giacigli,

pel torbido riposo i padri e le madri coi figli.

Udran le tristi razze la prima parola d'amore,

sapran che su la terra vi sono degli alberi in fiore,

e gioie ùmili e sante, e case dai lindi balconi

pieni di vento, pieni di gaie ridenti canzoni.

E tu, tu, vecchia porta, travolta ne l'ampia ruina,

vedrai la prima volta, cadendo, la luce divina:

coi palpiti di marzo che sveglian le fresche viole,

respirerai, morendo, la gloria feconda del sole.

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[L'ORGANETTO]

Amo le tue canzoni, o vecchio organetto scordato,

da un monco veterano per ùmili strade guidato.

A lui, che in Aspromonte pugnava fra i pallidi insorti,

tu canti ancor: «Si scopron le tombe, si levano i morti....»:

quando s'addensan l'ombre de' plumbei tramonti pei cieli,

tu arridi a lui con l'inno fedel di Goffredo Mameli.

Amo i tuoi stanchi ritmi, che sanno a la povera gente

portare un soffio, un raggio di queta gaiezza ridente;

che a le donne, sedute coi bimbi rachitici al seno,

dicon non so che sogno, non so che miraggio sereno.

Rapsodo vagabondo, nel buio de' freddi cortili

getti, come d'incanto, l'effluvio de' liberi aprili;

Nina, Rosetta, Bice discendono a salti le scale,

ansando un poco, smorte del lento terribile male

che sugge a goccia a goccia le vene del povero.—E tu

suoni per quella gioia le danze del tempo che fu:

oh, vana, oh, breve gioia di corpi a la vita anelanti,

chiusi doman fra il sordo fragor de le macchine urlanti!...

Rapsodo vagabondo, va dunque, le tue serenate

cantando a le finestre d'anemica ruta infiorate:

getta i tuoi vecchi ritmi ne' trivii ove il popolo muore,

così, come si getta sul fango del lastrico un fiore:

Beethoven de la strada, un vento di turbine, un'onda

d'oscura angoscia infrange talor la tua voce profonda.

Ne le tue rotte corde, nel buono ramingo tuo core

l'anima de la plebe passò col suo stanco dolore,

e piange....—come il cieco vagante a tastoni entro il velo

d'ombra che gli contende l'azzurro implorato del cielo.

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