[L'ULTIMO VALZER]
Fra le sue braccia
ella è flessibile
come un virgulto
nel lungo strascico
color viola.
Danzano, danzano
senza parola.
Fra densi effluvii,
fra luci gemmee
piegano, ondeggiano,
stretti trasvolano
ritmicamente;
ed ella fingere
tenta un sorriso
nel bianco viso;
ma il viso mente,
ma il valzer mente,
non s'aman più.
A onde, a fremiti,
a spire, a vortici
si snoda il valzer
pieno di lagrime,
pieno di baci.
E passan agili
coppie fugaci:
corpi di giglio,
spume di rosei
veli, auree treccie,
lenti bisbigli,
carezze lente....
bellezza e musica,
eterna e vana
fata morgana:
follia di danza,
fresca esultanza
di gioventù!...
.... La dama pallida
non è più giovane,
non è più bella.
Fra i ricci morbidi
v'è un filo bianco,
nel petto il fragile
cuore è già stanco.
Danzano, danzano,
avvinti inseguono
nel ritmo l'ultimo
miraggio, l'ultima
speranza in vano.
Giro di valzer
rapido e lieve
sei, vita breve!...
La terra accoglie
le vizze foglie:
il sogno fu.
.... Danzano, danzano
la ridda funebre
sui fiori morti.
L'amore in livido
gorgo s'affonda;
ma ancor del valzer
spumeggia l'onda.
Con lunghi brividi,
con molli e perfide
carezze avvinghia,
trascina, intorbida
l'anima e il senso.
Oh, fra le immemori
ultime spire
così sparire:
di mari ignoti
naufraghi ignoti,
non soffrir più!...
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[SETTE MAGGIO 1898]
Ho quell'ore ne l'anima inchiodate:
la via deserta, sotto un ciel di piombo:
ad un tratto, da lungi, un sordo rombo
di folla, e un grandinar di fucilate.
Porte e finestre in un balen serrate
lugubremente—poi silenzio.—Il rombo
già s'avvicina, sotto il ciel di piombo:
colpi, fischi di palle, urli, sassate.
Fin ch'io vivrò mi resterà ne l'ossa
quell'angoscia, quel soffio d'agonia
su gente inerme del suo sangue rossa;
e vedrò quel fanciul, senza soccorso
morente—un bimbo!...—in mezzo de la via,
china e intenta su lui come un rimorso.
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[FUNERALE DURANTE LO SCIOPERO]
Carro povero e nudo e senza un fiore
che lentamente porti
il fèretro del vecchio muratore
a la casa de i morti,
come un carro di re verso il riposo
che non ha fine, vai:
il corteo che ti segue è glorïoso
come niun altro mai.
Son diecimila e pur sembrano un solo,
calmi, quasi sereni.
Unica e grande sul compatto stuolo
par che un'idea baleni;
e nel ritmico passo e ne l'uguale
respiro e ne le assorte
fronti parli e s'affermi, alta sul male,
sul pianto e su la morte.
«O Camerata, che ne l'aspro e degno
conflitto eri con noi,
e moristi, sperando, in questo segno,
fra le braccia de' tuoi;
volgiti indietro, e guarda. Eccoci tutti
a le tue pompe estreme.
Quel giorno solo noi verrem distrutti
che non saremo insieme.
Sappiamo ormai che, in nostra fede avvinti,
rinnoveremo il mondo.
Son retaggio de i deboli e de i vinti
il gesto furibondo,
il cieco sasso, de gli incendii il lume
sanguigno, e il pazzo urlare.
Noi siamo il grande e maestoso fiume
che volge il corso al mare;
il ghiacciaio noi siam bianco e silente
che leva al ciel la fronte,
e a poco a poco, inesorabilmente,
spacca e sommuove il monte.
L'ultimo aiuto e la speranza estrema
perduta avrem dimane.
Non tener, Camerata. Il cor non trema
se pur ci manca il pane.
Oh, come lungi ancor le radïose
battaglie del lavoro,
fra canti di fanciulli e aulir di rose
sboccianti a l'albe d'oro!...
Quante vittime ancor lungo la via
irta di sassi e spine,
ne la guerra inugual, ne l'agonia
tremenda e senza fine
de la fatica che non ha conforto,
de la scarsa mercede,
del duro pane!... O Camerata morto,
dormi, ne la tua fede.
Siam diecimila in torno a la tua cassa,
doman sarem milioni.
L'ira nostra non è turbin che passa
denso di lampi e tuoni:
è l'avanzar compatto ed incessante
fra torbidi perigli,
non per noi, non per noi, ma per le sante
gioie de' nostri figli:
è il batter senza tregua coi pesanti
martelli il duro masso,
a poco a poco disgregando, ansanti,
le vèrtebre del sasso:
nostra fede portar come un bel fiore
su l'elsa d'una spada:
stringer le file se un fratel ci muore,
e seguitar la strada.»
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