[pg!219]

[ALPE]

Non posso amarti, o vetta ove risplende

fredda la neve ne' silenzî immoti,

ed il ghiaccio cristàllino si fende

su abissi ignoti.

Tu stai sovra le nubi e sovra il male,

t'avvolge l'ampia nudità de l'aria:

pria di sfiorarti irrigidiscon l'ale,

o Solitaria

che non sai, che non senti e che non muori.

Fra la mia vita e le tue nevi eterne

sta un miserrimo stuol d'odii, d'amori,

d'ansie fraterne:

tremano gli echi de i singhiozzi umani,

danzan le ridde de gli umani strazî;

ma tu non hai pietà, da' tuoi lontani

gelidi spazî.

E se l'uom, te mirando, un'ideale

grandezza pensa, gli rispondi: Mai:

a questa calma eccelsa ed immortale

non giungerai.—

*

Forse, chi sa?... tu pur soffri.—Tu, stanca

forse de' tuoi silenzî ampî di tomba,

e d'esser sempre immobilmente bianca

sul mondo che qua giù turbina e romba,

sogni.—Sogni un torrente aureo di lava

che salga dal tuo core a le tue cime,

e vi squarci un cratere, e su te schiava

trabocchi, ardendo d'un amor sublime.

[pg!223]

[A MIA MADRE LONTANA]

Ti sogno.—A le gracili mani

appoggi la testa che langue.

Oh, mai così pallida, oh, mai così esangue

ti vidi ne i tempi lontani.

Tu ascolti il cammino de l'ore,

o madre, d'intense memorie vivendo;

e passano l'ore, cadendo

pesanti sul chiuso tuo core.

E pensi a me sola, a me sola:

con tutta l'oscura energia

di quella che t'arde mortal nostalgia

chiamando me sola, me sola.

Oh, qui, dove perdutamente

a un rogo d'amore la vita abbandono,

ti grido—Perdono, perdono—

o madre diserta e cadente;

e sempre ti sogno. Le mani

raccogli, bianchissime, in croce,

e parli—e nel soffio de l'esile voce

rivivono i tempi lontani.

[pg!227]

[SUL MONUMENTO DI EDVIGE V***]

Ritta presso il sarcofago, non geme

l'alta immobile donna, e non impreca:

ascolta, intenta e dolorosa insieme.

Lo sguardo e il viso essa tremando tende,

socchiuso il labbro, giunte ambo le mani:

e forse il sogno del mistero intende,

poi che le vibra tutta la persona,

e gli occhi, fissi al limitar del cielo,

spiran l'essenza d'ogni cosa buona.

In questi giorni di novembre, grevi

di nebbie, e quando coprirà l'inverno

le fosse col pallor de le sue nevi,

e sempre, nel fluir del tempo ignoto,

muta sfinge di bronzo, ascolterai,

perduti i supplicanti occhi nel vuoto;

ma quel che intendi non saprem giammai.

*

Noi non sappiamo nulla.—Ferrea porta

si chiude, nel presente e nel futuro,

su quel che resta de la nostra Morta.

Noi null'altro che ciechi atomi siamo,

e su la Cara che ci lasciò soli

oh, nulla, fuor che pianger, non sappiamo.

Luceva in Essa quell'ardor di bene

che sommove le pietre e tutti i cuori

trascina e spezza tutte le catene:

e mentre Ella, di fiori una regale

copia spargendo con le bianche mani,

assurgeva al suo culmine mortale,

mentre un suo riso semplice e gagliardo

a noi volgeva, a un tratto sparve.—Sola

tu sai, tu, sfinge da l'intento sguardo,

del suo sepolcro l'intima parola.

*

È parola di speme e di quiete

che a te sommessa come un bacio giunge

da queste ov'Ella dorme ombre secrete?...

O pure è pianto, è gemito d'angoscia,

urlo e singhiozzo per cui trema il marmo

come a tumultuosa acqua che scroscia?...

O è sogno d'altri mondi e d'altri cieli,

cantico e riso di novella vita

che commove i tranquilli echi fedeli?...

.... Noi non sappiam che piangere, vaganti

come bimbi smarriti ne la notte,

mentre il tempo ne spinge avanti, avanti,

ove Ella aspetta.—E tu, sfinge, che il puro

viso tendi ascoltando e preghi e tremi,

tacerai nel presente e nel futuro,

sino al cieco affondar de gli anni estremi.

[pg!233]