[pg!263]
[MADRE TERRA]
La Terra Madre chiama.
Ne la luce del sol stesa e sommersa,
de i tristi figli la tribù dispersa
tenacemente chiama.
La Terra Madre piange.
Ne le pallide notti senza luna
sotto le stelle abbandonata e bruna,
perdutamente piange.
E grida: Ove fuggiste,
o figli, o figli del mio grembo nero,
ch'io pel mio bacio crebbi, unico vero,
e per le bionde ariste?...
Quale malvagio istinto
vi trascinò ne le città tremende
ove a l'intrigo verità s'arrende,
ove il respiro è vinto
da torpidi miasmi,
per meandri tortuosi ed atri,
—.... o nati per le falci e per gli aratri!...—
vanno i vostri fantasmi?...
Arde come in un rogo
la gran città di febbre e di peccato.
Tra quelle fiamme un sogno insazïato
vi preme, arido giogo.
In brume ampie s'avvolge
la città di menzogna e di tumulto.
Di passïone un trepido sussulto
per essa vi travolge:
averla al piè, domata
come una schiava avvinta per le chiome,
e ch'ella gridi il vostro, il vostro nome,
con voce innamorata....
Ma la leggiadra belva
vi dissangua con bocca di vampiro.
Tornate, o figli, al libero respiro
del vento ne la selva;
ai fiumi vinti a nuoto,
ai voli in groppa di puledri indòmi.
Io so l'ombre de i lauri e so gli aromi
del desiderio ignoto.
Io vi darò le pure
notti, quando tra il fien cantano i grilli,
e par che il cielo tremulo sfavilli
amor su le pianure;
e il fiorir bianco e lento
de l'albe a maggio, allor che il giorno pare
un campo di conquista ove balzare
cogli orifiammi al vento.
.... Gonfie di vizio e d'oro
cadranno a fascio, in un boato immane
di ruina ciclòpica, le insane
città, vinte dal loro
orgoglio.—Io sola e grande
resterò.—Verran vergini e poeti
ai miei solchi, ai miei tralci, ai miei roseti,
a le mie vaste lande.
Chini sovra il mio cuore
dal ritmo innumerevole, sapranno
la verità che Iddio, sul basso inganno
de gli uomini e l'errore,
pose.—E dal mio possente
seno gonfio di germi e di dolore
zampillerà per quelle bocche in fiore
la magica sorgente
di Vita: polla d'acque
fresche come nel biblico mattino,
quando, vergin di forze, ad un divino
cenno, la Vita nacque.
[pg!269]
[SACRA INFANZIA]
A Ersilia Majno
Sacra infanzia del povero, io ti vidi
soffrire e mendicar per tutti i lidi.
Vidi fragili carni avvelenate
da tabe; esili membra già piagate
da i colpi; labbra fatte pel sereno
riso, schiudersi al ghigno, al detto osceno;
grandi occhi d'innocenza aperti in fondo
a turpi abissi; anime dal profondo
palpito, ansanti verso la bellezza
del mondo, anime piene di dolcezza
e d'impeto, stroncarsi al giogo, intrise
di melma e d'odio, mutilate, uccise.
Sacra infanzia del povero, io lo sento
entrar ne le mie fibre il tuo lamento.
Viene da i bassi vicoli ove i muri
sanno l'istoria di delitti impuri;
da i rossi forni de le vetrerie,
da i fondaci, da i porti, da le vie
d'esilio, da le torride solfare,
da le soffitte strette come bare,
da tutti i luoghi ove son vite ardenti
di bimbi oppressi, torturati a lenti
spasimi, deturpati in mille forme
di servaggio e d'infamia, a torme a torme.
Noi, liete madri di superba prole
che va coi piè ne i fiori e il viso al sole,
non lo vogliamo, su le creature
nostre, il rimorso de le tue torture;
non le vogliam, le viscere de' tuoi
martiri, per nutrire i nostri eroi.
Coi rosei figli su le forti braccia
di te veniam, fra sterpi e fango, in traccia;
su te gettando, con l'amor che ignori,
gioia di baci e nuvole di fiori;
te guidando con gesto ardente e pio
ove ogni vita tocca il suo disìo.
Oh, madri anche per te!... Le consacrate
viscere che a crear furon create,
tanta han potenza in lor gioir fecondo
da contener tutto l'amor del mondo.
Vieni coi nostri figli, benedetta
com'essi, al sole, a l'avvenir che aspetta.
Vieni al robusto anelito, a la febbre
de la conquista e de la gloria, a l'ebbre
ore di gaudio che la vita dona
quando al suo bacio il forte s'abbandona:
godi il tuo maggio e cogli il frutto e il fiore,
fra cielo e terra respirando amore.
[pg!275]
[IL SALUTO FRATERNO]
Salve, fratello.—
Tu non mi conosci,
non so il tuo nome: non ti vidi mai
prima d'ora.—Qui, dove t'incontrai,
mugghia il fragor de' carri e batte il polso
vibrante de la strada affaccendata.
Ognuno accorre con lena affannata
verso il suo sogno o il suo dolore. Ognuno
s'urta, senza guardarsi.—Ed io ti miro,
lieve passando—oh, il tempo d'un respiro,
oh, il tempo d'un addio breve, d'ignota
a ignoto, in mezzo a la ruggente via:
—Dio ti salvi, fratello—e così sia.—
Non m'importa saper donde tu venga
nè chi tu sia, nè che farai domani.
Non m'importa saper se le tue mani
sien pure.—O nato, come me, da grembo
dolente; o fatto de la stessa carne,
o preda de le stesse adunche e scarne
unghie de l'Ombra che in silenzio attende
dietro una porta, a l'angolo d'un muro,
per colpir quando il colpo è più sicuro:
tu che piangesti come forse io piansi,
volgiti a questa voce de la via:
—Dio ti salvi, fratello—e così sia.—
Pel dondolìo de la lontana culla
che ti cullò; pei baci di tua madre,
se madre avesti che di sue leggiadre
cantilene protesse il tuo riposo;
per le poche dolcezze e per le molte
lacrime, e le speranze che hai sepolte,
come piccoli morti, in fondo al cuore;
pel senso oscuro de la vita, uguale
in tutti; per la sacra ansia immortale
che sospinge le razze a l'avvenire;
per la tua fede e per la fede mia,
—Dio ti salvi, fratello—e così sia.—
E vada, come a te, questo saluto
a l'ampia folla che le strade ingombra:
a la donna che passa, ombra ne l'ombra,
contro i muri, velata: a chi un amore
insegue, o un odio, o il pane: a l'uom del maglio
e del telajo, fiero del travaglio
compiuto, e gaio d'una sua canzone:
al poeta, al fanciullo, al morituro
che sogna, e crede eterno il suo futuro,
e domani, con me, con te, dissolto
andrà pel cosmo in onde d'armonia:
—Dio ti salvi, ora e sempre—e così sia.—
Fine
Nota dei trascrittori