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[È PARTITA]

Stesa fra il letto e il muro

ei la trovò stanotte.

Sul cuore un grumo oscuro

di sangue; fra le dita

la rivoltella; calmo

il volto, come in vita;

bella qual'era ai lieti

anni di giovinezza,

quando mirti e roseti

non eran freschi come

il fior de la sua bocca,

il fior de le sue chiome.

Nulla lasciò: nè pure

un foglio che dicesse

perdonami. —Nè pure

una riga d'addio.

Ne la sinistra ancora

stringe,—davanti a Dio

che il suo Ninì le prese,—

un ricciolo del bimbo

seppellito da un mese.

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[L'ABBANDONATO]

Un'ombra di donna comparve ne l'ombra notturna,

strisciante, radente, fuggente pel vicolo tetro.

Depose un fardello, disparve—così, taciturna,

così, senza volgersi indietro.

È vivo il fardello.—Ne parte un sottile vagito,

lamento d'implume perduto che chiama il suo nido.

Le mura, le porte, le pietre di cupo granito

ascoltan quel tremulo grido.

La bassa finestra ne parla al rossiccio fanale

che s'apre qual fumida piaga nel cuor de la via.

Il vento che passa ne parla a la stella immortale,

al cielo che in alto s'oblìa.

Il trivio, con sordo ribrezzo, bisbiglia a la fogna:

—C'è un bimbo là in fondo, c'è un bimbo che muor sul selciato:

Colei che nel mondo lo mise, per fame o vergogna

al fango così l'ha gettato....

.... Perchè?... che ferocia di leggi su gli uomini grava

se fame o vergogna può vincer l'istinto materno?...

che benda t'accieca?... che lacci, o degli uomini schiavi

t'attorcono il cuore in eterno?...»

Il fioco vagito che chiama la madre e la culla

diventa singhiozzo, poi rantolo.—Il vicolo guarda

con occhi sbarrati, morire quel bimbo, quel nulla,

in grembo a la notte codarda....

La notte trapassa, fremente di pianti non pianti,

d'angosce non dette, di sdegno terribile e muto.

Vorrebbe, non può—vano strazio di tenebre oranti!...

salvar quell'umano rifiuto.

Si spengono gli astri nel brivido primo de l'alba

che sparge di cenere il cielo, che schiude le porte,

che chiama le donne a le soglie, fantastica, scialba,

dicendo: È passata la Morte....

Là giù, come un piccolo cencio che il lastrico ingombra

appare, nel giorno, l'Ignoto.—Egli è nudo ed è solo.—

Nè madre, nè casa, nè croce.—Più lieve di un'ombra....—

.... Raccoglilo tu, cenciaiuolo.

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[ZINGARESCA]

Fra i pioppi, mentre sorge alta la luna,

al tardo passo de i cavalli stanchi,

l'errante casa va de i saltimbanchi,

inseguendo l'ignoto e la fortuna.

V'è un lumicino ad una finestrella,

e guizza e trema ne l'incerto andare;

presso il lume, il suo pargolo a cullare,

canta una donna con fioca favella;

limpida e triste, di dolcezza piena,

di lacrime e d'amor,

ai pioppi de la via la cantilena

tesse i suoi fili d'ôr.

«Dormi a l'ombra de' miei lunghi capelli,

de' miei lunghi capelli zingareschi,

piccolo bimbo tutto mio, da i freschi

labbri e da gli occhi regalmente belli:

quando tramonterà la luna chiara

sul fiume, al primo impallidir de l'alba,

sostando fra le siepi di vitalba

saluteremo la stella boara;

respirerem la brezza vagabonda

che avviva fiore e stel;

liberi come barca sopra l'onda,

allodola pel ciel!...

*

Di questi cenci non aver paura,

non temer quando sibila il rovajo,

o la neve implacabile, a gennajo,

ci blocca su le vie. La vita è dura.

Meglio liberi andar con freddo e fame

che infrangerci a le sbarre de la legge.

Questa che tutto afferra e tutto regge

pesando come cupola di rame

su i ricchi schiavi ai quali è scudo e cella,

si chiama civiltà.

Piccoli schiavi de la vita bella,

voi ci fate pietà!...

*

Dormi.—T'avvolge la mia chioma nera,

ombra di sogno e sfavillìo di spada.

Dormi, o nato su l'orlo d'una strada,

senza dolore, un giorno di bufera.

Io t'ho create vèrtebre di belva,

occhi di falco ed anima di sole.

La magnifica terra a sè ti vuole

co' suoi effluvii di solco e di selva;

quel ch'io t'ho dato è sangue rutilante

di razza imperïal

che de la piena libertà vagante

sa il fascino immortal!...»

*

Va e va per la tacita pianura

come un fantasma al raggio de la luna,

inseguendo l'ignoto e la fortuna

il carro zingaresco, a la ventura.

Va e va.—Ma gorgheggiano le smorte

labbra di lei che stringe il bimbo al core

la canzone più forte del dolore,

più forte del martirio e de la morte;

ebra di spazio e di malinconia,

ai rami, ai nidi, ai fior

l'indomita selvaggia rapsodìa

tesse i suoi fili d'ôr....

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