La donna fila, presso il focolare.
Fra la cenere è ancor qualche favilla.
La lampadetta d'olio a tratti brilla
sul dolce viso che d'avorio pare.
Non vecchia ancora—ma son tutte bianche
le rade chiome, e l'orbite infossate
non contan più le lacrime versate.
La donna fila, con le mani stanche.
Suo figlio ha ucciso un re.—Più mai, nel mondo
ella potrà vedere il suo figliuolo.
Solo è, per sempre e senza fine solo,
vivo e pur morto, d'un abisso in fondo
pieno di sangue—e il nero sangue a fiotti
corre, sprizza, zampilla insino al cuore
materno.—O sempre rinnovato orrore
de i lunghi giorni, de le lunghe notti!...
Ella non pensò mai che fosse ingiusto
per l'altrui pane coltivar la spica,
con tristezza, con fame e con fatica
guadagnando la vita a frusto a frusto:
arò la terra e dondolò la culla,
senza riposo e senza gioia.—Al fianco
le crescea quel figliuolo esile e bianco,
esile e bianco come una fanciulla;
e le chiedea talor, con veemente
desìo ne gli occhi, una storia di re.
«Non so narrarti una storia di re:
che ne sa del suo re, l'umile gente?...
Egli è solo e lontano, come Iddio:
fra la sua torre e il nostro casolare
ci sta tutta la terra e tutto il mare:
egli è in alto ed è solo, o figlio mio.»
.... Ed il figlio partì.—Ne le rombanti
fabbriche il torvo ansare udì dei mostri
d'acciaio a mille artigli, a mille rostri,
de le donne sposarsi ai tristi canti;
il tremendo silenzio udì talvolta
de gli scioperi: star, muti ed inerti,
i mostri vide, ma con gli occhi aperti
per afferrar le prede un'altra volta.
.... E passò.—Qualcheduno egli cercava
al di là de la folla e de la strada,
col grigio sguardo acuto come spada
pieno di lampi tra la chioma flava.
E passò tra il fetor de le taverne,
tra l'immensa putredine ove langue
l'ignota gente che di pianto e sangue
bagna il calvario de l'angosce eterne;
tra l'orror de le carceri e l'orrore
de gli ospedali e il fango del selciato
passò, co' suoi felini occhi in agguato,
una fiaccola d'odio accesa in cuore;
e un giorno—un giorno, finalmente, a Quello
ch'egli cercava da l'età lontana
giunse, fendendo una muraglia umana,
e gli cacciò nel petto il suo coltello.
*
Tu fili, o Madre, presso il focolare
insanguinato.—Le tue labbra smorte
che bevvero a la coppa de la morte,
non osan più, non sanno più pregare.
Entro il tugurio tuo nulla è mutato.
V'è l'uguale miseria e v'è l'uguale
nuda tristezza, e un tanfo glacïale
qual di covo selvaggio abbandonato.
Tu fili, o Madre, o Martire, il lenzuolo
ove sarai, per la tua pace, avvolta.
E implori presso il figlio esser sepolta,
perch'ei non sia, pur ne la morte, solo.
L'ami, il tuo figlio che ne l'odio scritto
portò il suo fato.—Forse, incoscïente,
un germe de la tua psiche dormente
passò in lui, fecondando il suo delitto.
L'ami, ferita in lui, per lui dannata
de la vergogna a l'implacabil giogo,
de l'insonne rimorso al laccio al rogo,
complice ignara, santa e disperata.
E ancor nel sogno l'accarezzi, come
ne gli spenti crepuscoli di pace,
quand'ei, lupatto indomito rapace,
scarno fra l'ombra de le flave chiome,
ti chiedeva, col grigio occhio felino
pieno di lampi, una storia di re.
Tu tremavi—e gravar su lui, su te
sentivi, enorme e fredda ombra, il Destino.
[pg!35]
[MARTHA]
Sopportò gli urti de l'acerba doglia
ritta, bianca, silente, al suo telajo.
Quando ogni opra cessò, sotto il rovajo
corse a la casa, e cadde su la soglia.
E gemè senza freno—e allor che sôrto
fu il pallido mattin, la sventurata
con un urlo di bestia lacerata
mise a la luce un angioletto morto.
Il piccolo cadavere fu tolto
da gli occhi de la madre—e tutto tacque.
Tre dì sovra i guanciali ella si giacque,
fatta di pietra ne l'immobil volto;
ma il quarto giorno—e gelido il rovajo
soffiava ancora—volle alzarsi, esangue
come avesse perduto tutto il sangue....
.... Così disfatta, ritornò al telajo.
[pg!39]
[ELIANA]
Un'ombra è ne' suoi strani
occhi. Il suo petto è scosso
da un brivido. Sul rosso
velluto le sue mani
s'abbandonano, come
morte. E di morta è il volto,
fra l'ondeggiar disciolto
de le scomposte chiome.
Premerà dunque il greve
travaglio, il peso enorme,
le sue scultorie forme,
la sua beltà di neve?...
Spasimerà la pura
marmorea carne anch'essa,
dilanïata, oppressa
da l'immortal tortura?...
No.—La superba vuole
de i balli fra le chiare
pompe gioir, regnare,
come rosa nel sole!...
E le purpuree tende
quasi regali, e i densi
tappeti, e i vasi immensi
ove l'oro s'accende,
son complici a l'abisso
perfido che la tenta.
Oh, come ella diventa
livida!... oh, come fisso
si fa il suo sguardo!... come
arde!... ma condannato
ha il figlio.—È decretato
l'atto che non ha nome.
*
.... Morrai fra poco, umano
germe che il mondo ignora,
e che, nel sonno, l'ora
vital sognasti in vano:
morrai fra poco, o cuore
soffocato ne i brevi
tuoi battiti da lievi
mani, senza rumore:
pura alba, che diritto
avevi a la tua sera!...
Non teme la galera
chi osò questo delitto.
Ne i balli andrà, qual giglio
immacolato il viso,
la Pallida, che ha ucciso
se stessa nel suo figlio:
andrà, come se fosse
viva.—Ma un sordo male
misterïoso, da le
viscere che le rosse
sue mani han profanate
succhierà il sangue, lene
lene, fin che le vene
avrà tutte vuotate;
e una manina informe
l'attirerà fra l'onda
del gorgo senza sponda
ove il rimorso dorme.
[pg!45]
[«VENGO, NINÌ»]
«Vengo, Ninì.—So bene
che mi aspetti da tanto
tempo, e ti struggi in pianto
quando la notte viene.
So che non hai riposo
che col tuo capo sulla
mia mano.—A la tua culla
di fango il furïoso
uragano s'abbatte.
T'infràdicia la piova
la camicina nova
ch'io t'ho cucita. E batte
e batte la manina
su l'assi de la bara:
—Mamma, la terra è amara
se non mi sei vicina!...—
.... Lascia ch'io metta i fiori
ne i vasi, e accenda il foco
pel babbo, che fra poco
ritornerà da fuori.
Ch'ei trovi ogni sua cosa
linda, anche in questo giorno;
e i crisantemi in torno
al tuo ritratto rosa....
.... Povero babbo!... solo
sarà, per sempre.—Vengo,
Ninì.—Se mi trattengo
un poco, o mio figliuolo,
se m'indugio così,
è perchè penso, sai,
al babbo, che più mai,
più mai....—Vengo, Ninì.—»