Ma si possono documentare le sabbie delle spiagge, le acque dei mari?...
Quando fu necessario—per dare immediato soccorso—violare disposizioni burocratiche, dare un graffio a qualche regolamento statutario, Alessandrina Ravizza lo fece, impavida.
Diceva:—Questo non mi riguarda. Chi soffre non deve aspettare. Chi soffre può morire.
E andava avanti.
Le casse di risparmio, le banche non esistevan, per lei, che sotto forma di fulgide cornucopie, pronte a versar piogge d'oro sulla testa dei nullatenenti.
E fu gaia, fra tanti spasimi: la sua risata sana, gagliarda, omerica, agiva come un tonico, squillava come una diana.
Ai potenti della terra, associazioni o individui che fossero, re di corona o di censo, governi di stato o monopolii di denaro, si rivolse da uguale ad uguale. Le sue richieste, le sue raccomandazioni avevano assai volte il tono sicuro ed alto del creditore che reclama il dovuto. Per un lurido straccione dalle scarpe slabbrate ella avrebbe forzate le porte delle reggie. Non ricevette mai un no. Appariva investita d'un diritto divino: portava sul petto la croce di guerra della miseria.
In fondo, a somiglianza della massima parte de' suoi patrocinati, anch'essa era una fuoruscita. Aveva il loro sangue nelle sue vene.
Nessuno meglio di lei comprese ed amò i vagabondi per i sentieri dell'utopia, i ribelli alle solite quattro pareti con le solite quattro sedie intorno alla tavola, i sognatori per i quali la strada è preferibile alla casa, la scorciatoia alla strada, il bosco alla scorciatoia, le stelle dei cieli ai comignoli dei tetti: gli evasi dall'equilibrio comune, i rappresentanti del libero istinto, che non conosce nè accetta catene.
Ma al disopra del normale ella s'innalzò, in un senso elevatissimo di moralità e di poesia: per creare, non per distruggere: per l'ideale d'una nuova filosofia della vita, in un benessere umano senza coercizioni: per bisogno di più largo volo, di più chiara luce, di più serena bellezza.