Uomini e donne d'ogni partito onoreranno colei che a nessun partito appartenne. Vorremo noi chiamarla anarchica?... No: nemmeno. Chi oserà classificarla?... Fu Alessandrina Ravizza.

Non ebbe, prima di lei, il mondo una che le somigliasse: non verrà, dopo di lei, quella che la possa sostituire.

Non conobbe limiti, nè per sè nè per gli altri. Arrivò dove volle, ottenne quel che le parve giusto, combattè e vinse sola per il diritto di tanti, come se avesse un esercito di arcangeli al suo comando.

L'umanità le fu croce da portar sulle spalle: la resse cantando, con serenità splendente, con l'appassionata letizia della vocazione.

E non fece il processo alla vita. Amò la vita. La predilesse, l'incoraggiò, la benedisse in ogni singola manifestazione di carattere, di arte, di volontà, di amore. Amò l'amore, ne fece aria per il proprio respiro. Il processo, e senza quartiere, lo fece alle imposture sociali, ai tortuosi egoismi, alle spinitiche debolezze che la deformano, e imbavagliano e garrottano l'essere umano, avvelenandogli la gioia di esistere. Condannò senza appello la simulazione della vera vita: così grottesca e miserabile, quando pur non sia criminale.

Nulla d'impossibile: era il suo motto.

Qualcuno, parlando di lei con accorato rimpianto, ebbe a dire: Tutto ella diede, nulla chiese per sè.

Io non lo credo.

Quella Donna già vecchia, vestita d'una logora gonnella stinta e d'un meschino scialletto nero, povera—forse—come il più povero de' suoi disoccupati, possedette, fino al giorno della sua scomparsa, inesauribili tesori di ricchezza.

Possedette le anime.