Ed ella non chiedeva altro bene. Ne mangiò, ne gustò, a migliaia, a milioni, novella Santa Caterina da Siena. Trovò in esse il preziosissimo sapore che la metteva in perpetuo stato di ebbrezza spirituale. Ciascuna fu per lei il tesoro da scoprire con simpatia e meraviglia sempre fresca, benedicendo il Signore. Fetor di sangue guasto non la fece dare indietro, salsedine amara di lagrime non la scoraggiò, tenebra di coscienze brute attirò maggiormente il suo coraggio.
Piccola coi piccoli, grande coi grandi, formata d'una sostanza nervosa che più di sè donava più di sè si nutriva, maneggiò con passione e con arte infinita la materia umana, sopra tutto interessandosi al caso particolare, non trascurandone i più minuti elementi. Era la sua delizia, il caso particolare. Ne estraeva, a goccia a goccia, il succo intimo, la nascosta filosofia, voluttuosamente.
Diede, dunque, tutto; ma tutto volle ed ottenne in cambio, miliardaria dell'amore, epicurea delle anime.
Il carteggio di Alessandrina Ravizza?... Una biblioteca intera. Le sue memorie?... Un caleidoscopio di aneddoti più inverosimili del vero, fusi con elementi epici di primo ordine. Diede alla carità le ali della poesia, la spinse talvolta fino alla sublimità dell'assurdo. Per correnti senza tregua rinnovate, per bocche senza tregua aperte, l'umanità si assimilò a lei, ella all'umanità.
Ripercossa in un'innumere quantità di vibrazioni, la sua esistenza, che si rifiuta all'analisi, si rifiuta anche alla morte, rivive in fluido e in luce.
L'ultima volta ch'io la vidi, fu nello studio terreno della Casa di Lavoro, in un pesante pomeriggio d'agosto del 1914. L'aria pareva fuligginosa, ardeva di vampe nascoste, pesava come piombo.
Ella se ne stava immobile, formante un solo blocco con lo scrittoio, al posto che da tanti anni teneva. Vi sono creature sovrane che sanno costruirsi, nella propria carne caduca, il monumento: io vidi in lei, quel giorno, il suo monumento.
Per l'ultima volta mi isolai nella visione di quella fronte: dura infrangibile come fosse fatta di materia silicea, luminosa lontana come fosse fatta di materia astrale. Il mio cuore si curvò, fedelmente, in umiltà, davanti alla Portatrice di fiaccola.
Ma un'espressione non mai veduta di severità dolorosa era ne' suoi occhi.
Me le rannicchiai ai piedi, le misi la testa sulle ginocchia perchè mi accarezzasse, come soleva, i capelli.