Luigi Majno, cittadino del mondo per natura e per fede, tale miracolo non vide, ma lo invocò. Interventista della prima ora come Alessandrina Ravizza, non pensò neppure per un momento che la patria potesse rimanere spettatrice indifferente dell'aggressione germanica. Egli, che sempre era stato irriducibile avversario del militarismo e della guerra. Che aveva vissuto la più candida delle esistenze nella religione dell'Internazionale. Che come Socrate era sereno, e, come Dostojewski, come Tolstoï, non per sè vivo ma per l'umanità.

Ma già il Belgio era stato tradito, invasi i primi dipartimenti della Francia: già la rossa Walkiria impazzita calpestava nella corsa furiosa carne d'innocenti e d'ignari, sotto gli zoccoli in fiamme del suo cavallo. E il Padre Majno era divenuto cieco di sacra collera. Cieco dell'indignazione che a Gesù Cristo aveva fatto brandire la frusta nel tempio. Se egli avesse potuto vivere fino al maggio memorando, l'Italia avrebbe veduto il più mite de' suoi figli, il buono apostolo del disarmo, malgrado la già stanca età, partir volontario per la frontiera con saccapane, gamella e fucile, accanto a Guido Donati suo discepolo diletto, a Bissolati, a Gasparotto, a Mussolini, a Filippo Corridoni: e come Guido Donati e Filippo Corridoni, forse, cadere: non uomo di combattimento, ma uomo di giustizia, cadere: per la riconquista d'un bene ideale senza prezzo, del quale egli soffriva troppo di essere defraudato.

Ma Luigi Majno non ebbe bisogno di andare a combattere per essere ucciso dalla guerra.

Egli morì di dolore per aver dovuto accettare e proclamare, davanti alla feroce verità dei fatti, la necessità ineluttabile di passare, anche in questo secolo, attraverso la guerra per difender la pace.

Qui non v'è che una piccola donna a celebrare il Giusto e la complessa attività sua di giurista, di filosofo, di scienziato, d'uomo politico, d'uomo di fede.

Ma questa piccola donna, che ebbe la ventura di vivere alcuni anni della prima giovinezza nella dolcissima intimità della famiglia e del cuore di Luigi Majno, non vuole, non sa evocarlo che in luce di gioia perfetta.

In luce di gioia perfetta risorga dunque per noi il Majno di venti e più anni or sono: quando, nella pienezza della virilità, giunto alla più intensa espressione del suo pensiero e alla più chiara vetta del suo lavoro, circondato dall'affetto dei familiari, dalla devozione dei discepoli, egli pareva designato a raccogliere intorno a sè le forze migliori del suo partito; e sapeva imporre agli avversarî la più schietta forma del rispetto—quella che confina con l'amore.

Alto, robusto, massiccio, un poco tozzo il collo sulle spalle quadre, portava fiera la testa dalla gran fronte bionda, sovrastante a torre sulle profonde cavità degli occhi. Ma gli occhi azzurri e la fresca bocca erano di un bambino. Di un bambino, talvolta, nella quiete delle ore raccolte, l'accento e la voce.

Dolce casa!... Vasi di fiori, tralci di edere sorridevano alle finestrelle; quadri di giovini artisti, allora all'alba della fama, sorridevano dalle pareti. Vi si saliva per molte scale, le stanze eran basse come solai; ma quanta luce, quanta grazia, quante cose belle là dentro!... Folate di vento carico di pòllini, squilli di risa simili a campanellini d'argento vi portavano i tre fanciulli. Vi si beveva serenità, come a polla di acqua sorgiva. Intorno al placido pater-familias e alla donna dall'anima misteriosa, che già recava negli occhi il presenso delle tragedie future, un flusso e riflusso inesausto d'amici. I più bei nomi dell'arte di quel tempo. I più battaglieri campioni del pensiero, della politica, della scienza positivista. L'amicizia elevata a missione, l'amicizia eroica, quale Riccardo Wagner la fissa per l'eternità nelle note del dialogo fra Kurnevaldo e Tristano, sulla spiaggia dell'isola deserta. Giovinezza, speranza, discussioni eclettiche, ideologie fiammeggianti, dinamismo, sublimazione delle forze di vita.

Era l'alba dell'idea socialista. Gli operai cominciavano a comprendere il significato di due grandi parole: cooperazione: organizzazione.