Tale orgiastica avidità di sapere si sarebbe potuta interpretar come uno splendido egoismo. Nulla di più falso. La dottrina bevuta a tutte le sorgenti si sprigionava poi, purificata, dal cervello «Majno» per il cervello di tutti. Chi, avendolo conosciuto e frequentato, può negare di avere imparato qualcosa da lui?... Anche ogni cosa morta diventava viva e feconda sulle labbra di quel socratico.
L'arguzia del Majno mordeva e segava; e pure quell'uomo non odiò mai nessuno. Sotto l'acido corrosivo di certi suoi giudizi la carne grillettava, come per ferro rovente; e pure chi potrà dire la delicatezza della sua bontà?... chi la purezza del suo cuore?... Chi il suo affetto per i bambini, la sua passione quasi morbosa per gli uccelli e per i fiori, ai quali egli parlava come ad amici, nella certezza che lo comprendessero?...
Quando mai egli rispose di no alla preghiera di un umile, di un disgraziato?... Filippo Turati lo chiamò, a ragione, «vittima delle vittime».
Vittima, se mai, per esserne il terribile difensore.
Ognuno di noi che abbia buona memoria ricorda il triste processo contro il cappellano confessore di un istituto per le bimbe abbandonate. Gli avvocati della parte civile, costituiti con il Majno in difesa delle piccole infelici, dopo le arringhe, per concorde volere, incaricarono il Majno stesso di parlare in replica.
Egli parlò: per oltre un'ora, con veemenza gladiatoria, con logica implacabile, con tale grandezza, che il colpevole ne fu schiacciato, l'uditorio ne rimase pallido e vinto. Non era un avvocato che arringava alla sbarra; ma un giustiziere che calava la mannaia. Fu una delle più memorabili vittorie forensi del Majno. Per ottenerla egli non aveva fatto che ascoltar lo spirito della giustizia: v'era da stigmatizzare una viltà, la più bassa delle viltà, compiuta su creature deboli e indifese: bastava.
L'oratore politico fu pari all'oratore giuridico: foggiato a spada e a maglio, preciso, sintetico: un semplificatore.
L'immensità della sua erudizione gli avrebbe concesso larghissimo campo di citazioni in ogni lingua e d'ogni genere. Ma egli le disdegnava. E apparve assai volte quasi schematico nel complesso de' suoi discorsi. La struttura geometrica del suo pensiero diveniva apparente rozzezza oratoria. Ma si può ben dire che il suo eloquio era ignudo perchè, ricco com'era di nervi, di muscoli, e di magra ma salda carne, nella sua bella forza poteva fare a meno di veste.
Caratteristico, in lui, il gesto delle mani che ne accompagnava in pubblico la parola. Così alto, vigoroso, spalluto, pareva raccogliesse gli argomenti necessarî all'arringa sulle punte delle dita chiuse a nodo: quasi che ogni dito significasse per lui un puntello polemico.
E agitava secondo le fasi del discorso i due stretti nodi dinanzi agli ascoltatori, senza scioglierli. Ma, giunto all'argomento principe, che li riassumeva tutti con irresistibile efficacia, lo cacciava fuori del fascio finalmente allargato delle dita, liberandolo e liberando sè stesso. Gesto e parola: fusione perfetta, inimitabile plastica oratoria.