Tenne nobilmente una sola legislatura, come rappresentante in parlamento del secondo Collegio della sua città, conquistato per lui alla democrazia socialista: poi volontario se ne ritrasse. Alla sua monolitica individualità non potevano non ripugnare le vie traverse, le meschine ambizioni, i compromessi di Montecitorio.
Egli, del resto, amava troppo la sua Milano—dove fin da bambino aveva vissuto, e che gli somigliava. Nativo di Gallarate, lombardo puro sangue, troppo amava la vera Milano del pittoresco Naviglio, del grasso e rude dialetto portiano, della celia bonaria, della bontà senza fondo, dell'attività febbrile; e non sapeva e non poteva staccarsene, e fuor dell'ombra del campanile di Sant'Ambrogio era un pesce fuor d'acqua.
Nessuno, ch'io sappia, penetrò, gustò e seppe far gustare la poesia di Carlo Porta meglio di lui. Nessuno fu di lui guida migliore attraverso il dedalo e la storia delle antiche vie di Milano autentica, così ricche di gioielli architettonici e di opulenti giardini.
Fu, nelle piane e larghe linee della sua fisionomia morale, il veridico figlio della metropoli lombarda. La muscolosa nella lotta. La sanguigna nel godimento. La serena nel giudicare. L'inesauribile nel soccorrere.
L'uomo che, avendo potuto guadagnare e metter da parte centinaia di migliaia di lire, morì quasi povero per aver molto dato a chi ne aveva bisogno, fu schietto sangue e schietta carne della città prodiga nel donare per aiuto, con le mani finissime de' suoi patrizi, volitive tenaci intelligenti de' suoi industriali, nervee pensanti sensibili de' suoi professionisti, grosse carnose cordiali de' suoi esercenti, franche nocchiute massicce de' suoi operai.
Uno dei giorni in cui, nella sua qualità di primo cittadino milanese che tutti gli riconoscevano e che gli risplendeva sul petto come una croce d'onore, aveva accolto l'incarico di ricevere solennemente le rappresentanze dell'industria e del commercio francese, fu veduto in piedi nella carrozza che portava con lui gli amici di Francia. In piedi; e in gloria.
Proteso il gran corpo in avanti, radioso il volto, d'un bimbo gli occhi e il sorriso sotto le falde diritte del cappellaccio nero, mostrava con la destra trionfante il Duomo: il suo Duomo.
Fusi in lui, nel momento felice, l'ambrosiano di razza e l'apostolo dell'Internazionale.
Dinanzi alla sua bionda figura non vi fu forse chi non pensò ad Alberto di Giussano:
Batte il sol nella chiara onesta faccia,
nelle chiome e negli occhi risfavilla,
è la sua voce come tuon di maggio.