Sempre tuonò, quella maschia voce che martellava parole di verità, inchiodandole nel cuore di coloro che l'ascoltavano: dove fu una donna o un bambino da proteggere, una qualsiasi vittima da difendere, un'ignominia da smascherare, una viltà da schiaffeggiare, un vizio o un abuso sociale da bollare con ferro e con fuoco.

Eppure sapeva farsi così dolce, e,—forse ignorandosi—così sommessa ed implorante: la voce d'un piccolo: quando si raccomandava non fosse più toccata una certa finestra della casa, dove due tortore avevan fatto il nido, appoggiandolo ad un'imposta: quando, assopito in una poltrona, il padre susurrava come in sogno il nome dei figli: Mariuccia....—Carlottina....—Dinetto!...

Ma le figliuole partirono.

Prima fu quella che nel fiammeggiar dello spirito, nella profonda potenza dello sguardo più somigliava alla madre.

Seconda fu quella che al padre più somigliava nella florida grazia bionda, e pareva muoversi in un raggio di sole: e Carlottina era il suo nome, ma gli amici della casa la chiamavano Azzurra.

E con loro anche il cuore di Luigi Majno trasmigrò.

Ai funebri di Azzurra fu veduto egli camminare immediatamente dietro il feretro, con la compagna e il figlio superstite ai lati. S'aggrappava, con le tese mani, al carro: sicuro il passo ma la testa curva, curvo fra le spalle il collo sanguigno: simile ad un toro colpito alla cervice da un colpo di mazza, che non basti a farlo piombare a terra.

Da quel dolore non rinvenne più.

Ebbe ore di prostrazione così profonda da sembrare annientamento. Si isolava talvolta fra la gente, come un sonnambulo. Nella quiete della casa, a intervalli parlava da solo, sognando ad occhi aperti. E diceva, conversando con l'invisibile, parole grandi: parole misteriose, fili stellari congiungenti l'umano al divino.

Le udì, con tacita riverenza, la compagna fedele; e le custodisce nel cuore.