Ma la costanza e l'efficacia dell'opera sociale di Luigi Majno non rimasero arenate nella crisi. Continuò l'opera a scorrere, fiume benefico, diramantesi per cento canali a fecondar campi ed orti.
Presidente della Società Umanitaria. Consigliere della Congregazione di Carità. Presidente della Scuola del Libro e dell'Associazione degli Insegnanti. Presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati: della Biblioteca Popolare: dell'Istituto di Santa Corona. Rettore dell'Università Bocconi. Che cosa non fu Luigi Majno?... Quale istituzione di carità o di dottrina ebbe Milano, di cui egli non fosse capo venerato?...
L'esercito degli umili si accalcò sempre più intorno a lui, bevendogli l'aria per il respiro, mangiandogli il cuore. Agli umili sacrificò tempo, lavoro, facondia, fortuna, guadagno. Per un accattone che gli piacesse era capace di vegliar le notti e di mettere a soqquadro il tribunale. Nei rioni popolari i teppisti se l'additavano con rispetto: «Quel lì l'è el Majno». I monelli gli si attaccavano al lembo del pastrano, i vecchi merciaioli ambulanti gli raccontavan le loro disgrazie. Ma tale egli era anche davanti ai prìncipi: il più grande uomo come il più piccolo s'inchinava alla sua presenza.
Intensificò la propria attività nell'Asilo Mariuccia, e, di conseguenza, contro la tratta delle Schiave Bianche: mettendo al servizio della causa l'autorità del suo nome e della sua perizia—e la purezza della sua fede nella salvazione della donna considerata quale bestia irresponsabile, che si marchia a fuoco, si vende e si compra.
A tal perfezione morale era assunta la figura di Luigi Majno negli ultimi anni di sua vita, che egli era ormai divenuto l'arbitro supremo in ogni disputa, il consigliere il cui responso veniva accettato senza ribatter sillaba, il giudice dagli stessi avversarî invocato e obbedito.
La compattezza della sua compagine psichica entrava nel dominio dell'Assoluto: l'armonia da lui emanante equilibrava le forze contrarie. Majno il Buono era di tutti, in tutti, per tutti.
Ma si chiudeva il luglio del 1914 con la sorpresa terribile della guerra. Poche settimane appresso, il più vergognoso crimine che insudici la storia d'un paese era commesso dalla Germania. Luigi Majno s'era sentito tradire e martirizzar con il Belgio—e qui comincia il poema della sua passione.
La casta coscienza non resse al colpo. Si sgretolò, si staccò dal passato, blocco granitico da una parete di montagna. E rotolò, rotolò inesorabile, con tutto il suo peso, a schiacciare i responsabili.
La fede nel vincolo fra le nazioni, la base e l'armonia d'una costruzione giuridica fondata sulla più pura concezione del diritto, e quel senso universale di solidarietà che rendeva il Majno degno della cittadinanza onoraria d'ogni paese del mondo, tutto in lui fu calpestato e messo alla tortura.
Ed egli odiò come aveva amato: e quell'odio era, tuttavia, amore.