L'Uomo che non aveva nel corso de' suoi anni fatto piangere alcuno, non seppe mai perdonare all'Austria e alla Germania di non avere egli potuto additare a sè ed agli altri, per difendere l'incolumità delle patrie, altra arma se non la stessa del nemico: la guerra.
E il rodimento di trovarsi costretto ad accogliere un'idea sorpassata, ad ammettere il diritto della forza brutale, a predicare spargimento di sangue, gli contorse l'animo, gli avvelenò le sorgenti dello spirito, lo avvilì di fronte a sè stesso, lo condannò a morte.
Sotto la percossa della stessa intima tragedia moriva, a pochi giorni di distanza da lui, un'altra sintetica figura di umanità: Alessandrina Ravizza.
Sappiamo noi quanti siano gli oscuri che per l'ugual ragione chiusero gli occhi per sempre?... Non vollero, non poterono vedere il sangue, misurar l'orrore. Crollarono con la loro fede, furono raccolti dall'ombra.
Ultimo atto della vita pubblica di Luigi Majno fu la presentazione di Jules Destrée, deputato di Charleroi, all'assemblea degli avvocati e procuratori, nell'aula magna del liceo Beccaria. Era la sera del ventisei novembre, nel 1914. Venuto fra giuristi italiani a chieder responso sul conculcato diritto di neutralità della sua patria, il profugo illustre, presidente della Federazione degli avvocati belgi, non poteva trovare auspice migliore dell'Uomo Giusto per eccellenza.
Nel suo discorso Luigi Majno fu grande. Discorso che neutrale doveva essere, in paese ancor neutrale; ma l'indignata coscienza vi rosseggiava in ferite sgorganti sangue e spasimo. Vampe salivano, ruggendo, dalle sobrie e contenute parole: sobrietà tagliente, costrizione tormentosa che serrava l'assemblea in una cerchia di ferro.
In quell'ora, nel cuore di quegli uomini, si fissò, più che il presentimento, la certezza che l'Italia sarebbe entrata in guerra accanto al Belgio; e fu per quella voce.
Ma Luigi Majno era già minato dall'interno male: già verso di lui veniva la morte, con la dolcezza del suo silenzio.
La sera del nove gennajo 1915 mormorò, coricandosi, alla compagna fedele:
—Mi par d'essere un bimbo nella culla.