Per quella ricchezza di possibilità e di promesse, che nell'ora giusta segnata per gli olocausti egli con sicuro animo gettò nella voragine della guerra,—per quella ricchezza e per la magnificenza della sua morte, egli è degno che di lui si parli.

Possono le opere di una lunga e grande vita non valere l'esempio dato nel tempo e nel modo necessario da una grande precoce morte.

Stanno raccolte intorno al fanciullo Roberto ombre di altri giovinetti soldati d'Italia, anch'essi offertisi volontariamente al sacrifizio.

Non avevano chiesto di vivere, d'avere i loro felici diciassette anni in un'epoca nella quale all'uomo latino non fu posto che un solo dilemma: combattere fino allo stremo delle forze per vincere o per morire, o essere uno schiavo supino e vigliacco.

Scelsero di combattere. Consacrarono con l'azione l'unico valore ideale dell'esistenza. E caddero, come Roberto.

Siano qui ricordati e glorificati nel suo nome.

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C'era una volta un bambino biondo.

Era nato a Venezia, da genitori veneziani, il dieci di maggio del 1900.

Si può incominciare questa evocazione con il «c'era una volta» delle leggende, perchè la data di nascita di quel bambino è di là dalla guerra, se ben di poco; e, ormai, tutto ciò che è anteriore alla guerra sprofonda nel lontanissimo mistero delle fiabe.