Il piccolo aveva nome Roberto Sarfatti. Ma babbo e mamma, parenti ed amici lo chiamavano Roby.

A Venezia non era rimasto che due soli anni, i primi della sua vita; poi la sua famiglia si era trasferita a Milano.

Quando, lungo le vie fiancheggiate dagli altissimi cubi moderni e lacerate dalle gialle traiettorie dei tranvai, tra il nero formicolìo della folla, sullo sfondo fuligginoso delle fabbriche milanesi, quella giovine madre passava con il suo casco d'oro, con la sua bellezza opulenta tutta in plasticità ed in colore, tenendo per mano il bambino che le rassomigliava, nessuno c'era che non si volgesse a guardare.

Una donna del Veronese, un putto del Tintoretto a passeggio per Milano.

Felicità di vivere, che splendeva di luce propria, come il sole.

Roby aveva trasparenti occhi grigioverdini frangiati di nero, una zazzera di morbida seta color di rame, nella quale affondar le dita era voluttà, gonfie labbra sinuose sempre offerte ai baci o schiuse a chieder perchè.

Roby era il bambino dei perchè.

Roby era anche il bambino delle innamorate.

Tutte le ragazzine amavano il muscoloso torello fulvo, per la sua bellezza e per la sua prepotenza: di tutte egli si considerava seriamente il fidanzato. Ma d'una in ispecie—tomboletta della sua stessa età, ma più piccola di lui, e prepotente come lui malgrado le sue precoci arie di donnina,—era preso.

Con lei, giochi furibondi, liti furibonde. Di lei agli altri diceva, con quella sua molle parlata rotonda: