Di cuore tenerissimo, di pura e limpida dolcezza interiore, nella sua irrequietudine fisica non aveva e non concedeva sosta; ma sviluppava intorno a sè una magnetica atmosfera di movimento, che dava il capogiro e un senso di vertiginosa stanchezza anche a chi più gli voleva bene.

Il leoncello selvaggio metteva gli unghioni, temprava gli elastici muscoli, allargava le narici per respirare libera aria di deserto. Fasci di forze alle quali era impossibile dar sfogo attendevano, chiusi nel bellissimo corpo: toccarlo era ricevere una scossa elettrica.

Pareva non studiasse mai nulla: parlava pochissimo: sapeva tutto.

Il raffinato cenacolo intellettuale costituito dalla propria casa, la quotidiana compagnia di artisti, di letterati, d'uomini di pensiero, avevan certo contribuito alla sua singolar coltura. Coltura fresca, sdutta, sciolta dal gravame scolastico, ricca di sapor personale. Dei grandi classici e dei grandi moderni, nessuno gli era ignoto. E fra antichi e moderni, quando gli accadeva di frammettersi alla conversazione con quella sua voce di duplice timbro, un poco ironica, stabiliva confronti di un'acutezza che sorprendeva.

Non eran che scorci, illuminati da brevi lampi; ma rivelavano un mondo interiore di solida opulenza. Esistevano in lui, senza dubbio, i più aristocratici elementi di un critico e di uno scrittore di razza. Forse non ne avrebbe fatto nulla; ma l'avvenire ormai chiuso serba per sè il suo segreto.

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Nel 1915, l'indomabile ribelle—che già aveva esulato da varie scuole—studiava al ginnasio d'Imola. Come sapeva, e come poteva: a sbalzi, capricciosamente, non scoprendo mai il proprio gioco, mettendo assai volte i professori fuor di strada sul proprio conto. Ma sovra tutto pensava alla guerra.

Già dall'anno prima, già da quando il duello fra Austro-Germania e il resto del mondo si era delineato nelle sue gigantesche proporzioni, il fanciullo non viveva che per viverlo. Aveva per conto suo afferrata e messa a nudo la spina dorsale del conflitto, liberandola (come già le nozioni apprese nelle scuole) da ogni aderenza bastarda. Virilmente aveva guardata in faccia la questione: sentita la necessità per ciascun popolo di prender ben chiaro e preciso il posto nella lotta: per l'Italia, la necessità d'onore dell'intervento contro i germani. E dell'intervento fiutava l'approssimarsi con voluttuose nari di felino pronto a balzare: ne difendeva contro i dissidenti le ragioni essenziali, con argomenti di stringente logica, e anche con pugni e schiaffi, ove occorresse.

Ogni giorno segnava discussioni, baruffe e pugilati.

Nel maggio, prima ancora della dichiarazione di guerra dell'Italia all'Austria, subito dopo l'ordine di mobilitazione, Roberto mandava al padre e alla madre una lettera, nella quale implorava d'esser lasciato andare volontario. Compiva allora i quindici anni.