Entrerà forse un giorno, questa lettera, a far parte delle pagine di un'antologia della guerra. Chiamandola un capolavoro epistolare mi parrebbe di disonorarla. È sangue che zampilla da generosa vena, è nervo, è muscolo che si tende in membro di corpo perfetto. È prescienza e volontà.

Così conclude:

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«Credilo, papà, io non andrò in guerra per uno stupido desiderio di distruzione o di avventure: vi andrò perchè così vogliono la mia coscienza, la mia anima, le mie convinzioni. Penso che non si fa impunemente l'interventista per nove mesi, per poi rimanere a casa giunto il momento buono.

«Perciò, papà mio caro, dammi il tuo permesso e me lo dia la mamma: perchè sento che, con mio grande dolore, ne farei senza, e andrei a farmi uccidere senza che mio padre e mia madre mi abbiano dato il loro consenso e la loro benedizione.

«Io non so se morrò; ma anche se questo accadesse, che sarebbe ciò?... La morte trovata combattendo per il proprio ideale non è morte, ma trapasso: il sangue versato per un'idea fruttifica e produce. E poi, che cosa è la morte di tanto terribile, che si debba temerla e odiarla come una nemica?...

«Ricordati, ricordati di Socrate; e rileggi ciò ch'egli diceva prima di morire».

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Il padre e la madre militavano allora, da molti anni, nel partito socialista; e attraversavano la tormentosa crisi morale che fu tragedia nell'animo dei migliori. Ma avevan visto il volto del dovere unico. Non poterono che dividere la convinzione e approvare, in massima, la risoluzione del giovinetto. Il volontariato non era in quel tempo permesso dalla legge che dopo i diciotto anni: inutile e folle intrapresa sarebbe stato il tentare: avesse pazienza, attendesse con calma.

Che fa allora l'avventuroso, capace ad otto anni di definire la vita moderna «una passeggiata noiosa per strade troppo comode»?...