La ferrea disciplina marinaresca, le fatiche e le responsabilità della vita di bordo temprarono un corpo e uno spirito già pronti.

Parve che il futuro soldato accettasse la difficile prova semplicemente come una preparazione all'offerta che, a tempo opportuno, non essendogli prima stato concesso, intendeva fare di sè alla causa della libertà latina.

Godeva nel medesimo tempo, con tutti i pori di un organismo fatto per la pienezza delle sensazioni, la gioia di navigar nel più bel mare e di toccar le più belle rive del mondo. Le lettere che da ogni scalo egli mandava ai genitori ed agli amici erano canti di felicità, gorghi di luce: una da Dakar passò di mano in mano, scritta invero con la violenza di quel sole, con la densità voluttuosa di quei profumi, con la sensualità di quelle terre, con sostanza e respiro d'infinito.

Ma in tutte rintoccava, grave e soave, la campana della patria: l'animo del giovanissimo navigatore era, malgrado la lontananza, sul Carso,—dove egli pure avrebbe voluto vestirsi di fango e di sangue, per purificarsi, vincitore, nelle acque dell'Isonzo. Volgeva in Italia il tempo della presa di Gorizia: un ufficiale-poeta poco più che ventenne, di Figline Valdarno, Vittorio Locchi, viveva la gesta, per celebrarla nella canzone «La Sagra di Santa Gorizia», che tutte le bocche italiane ripetono ora a memoria;—e poi morire, rinnovando il miracolo di Goffredo Mameli.

Durante il ritorno da Rio Janeiro, essendo venuto a mancare il secondo commissario di bordo, il comandante che, certo, aveva, con il suo fiuto di dominatore d'uomini, indovinate le qualità eccezionali d'energia del giovinetto allievo, gli affidò quella mansione, malgrado l'estrema giovinezza. Si trattava della sorveglianza della terza classe: mille e cinquecento emigranti.

Roberto Sarfatti tenne il posto, come se non avesse mai fatto altro che comandare e dirigere: con fermezza, con giustizia.

Egli era della razza di coloro che per ben fare han bisogno di sentirsi responsabili. Forse, per capire a fondo il suo uomo sedicenne, al comandante era bastato di fissar gli occhi su quella fronte di marmo: la fronte d'un Capo.

Scoppiò un giorno, nel pandemonio della terza classe, una delle solite risse: per gelosia d'una donna, fra due piccoli siciliani vulcanici. Balenarono i coltellacci: già il sangue stava per zampillare. Ecco Roberto Sarfatti scagliato fra le due furie: riesce, fulmineo, a disarmare i forsennati, ristabilisce l'ordine, confisca i coltellacci. Calmissimo.

Dominio di sè, dominio sugli altri.

Finito il viaggio, portò le due armi alla casa, come trofei.