Troppo giovine: aspettasse: sarebbe venuta la sua volta.

Era alla vigilia di entrare in una scuola di allievi ufficiali, quando scoppiò la folgore di Caporetto. All'istante ritirò la richiesta: volle rimanere semplice soldato: i tre mesi del corso sarebbero stati un'imperdonabile perdita di tempo, ed egli non aveva tempo da buttar via: egli voleva, doveva battersi.

E tornò a tempestare, per essere scaraventato al fuoco, subito, subito, subito.

Alcune fotografie istantanee mandò in quel tempo di sè alla famiglia, presegli dai compagni nei pittoreschi dintorni di Caprino. In una d'esse egli appare in piedi, pensoso, snellissimo, tenendo con una mano il fucile, con l'altra il bastone ferrato da montagna. Soldato e pastore. Nel suo contegno, nessuna jattanza. È grave e calmo. Fresco fanciullo, uomo millenario. Sa che cosa vuole, sa dove va. Incarna un'idea, rappresenta una superiorità, sta alle porte dell'indipendenza con la sicurezza di difenderle sino alla morte e più in là della morte. Un vasto cielo sopra di lui. Dietro di lui, incorniciandolo nella duplice fiamma nera, due cipressi,—alti candelabri. In essi la profezia è segnata, il fato è scritto; ma tale è l'armonia del quadro, che la figura del giovinetto vi canta dentro, come nella religiosa bellezza di un salmo.

Andò la madre nel novembre ad abbracciare il figliuolo a Caprino, avanti ch'egli partisse per le prime linee. Pochissimo egli parlò, come sempre; ma le si stringeva accanto, appassionatamente. «Mamma cara, mamma bella.» Oh, tanto più alto di lei!... Oh, così bambino e così uomo!...

Sole limpidissimo di giorno, stelle limpidissime di notte. Egli guardava la madre e le stelle; e mormorava, chinando la testa sopra una spalla con quel suo vezzo ancora infantile:

—Mamma, credi tu che in certi momenti della storia molti sentano quanto sia grande l'onor di morire?...

Il ventun di novembre una sua cartolina giunge a Milano:

«Papà, mamma, il giorno della partenza è venuto. Viva l'Italia!...».

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