In una lettera del dicembre descrive il fuoco con un'evidenza, una spontaneità indiavolata di genuino scrittore:
«È stato un assalto da ridere, perchè i tedeschi sono scappati via quasi subito, e non avevano per fortuna nessuna mitragliatrice. Ma si sono vendicati con un bombardamento d'inferno. Se tu sapessi, mamma, che sensazioni desta un bombardamento di quella specie!... Si era distesi per terra, senza nessun riposo. Con un poco di pratica si conosce dal sibilo la direzione ed il calibro d'un proiettile. Questo, che fischia come un uccello: Sssii.... sssii...,—è un proiettile da montagna: oh!... ma scoppia lontano. Quest'altro: Vvuuvvuff....—è un trecentocinque: corto a destra. Boum!... Ecco: scoppia. Ed ecco il settantacinque, elegante e preciso: questo—ahi!...—mi esplode sopra la testa. Sseu!... pan!... Mi ricopre tutto di terra. E le schegge sembran mosconi che passino rapidi. Una mi ha già ammaccato l'elmetto. Ho molta simpatia per l'artiglieria da montagna. È elegantissima. E le mitragliatrici?... Sembrano comari che si raccontino delle maldicenze. Ta-ta-ta-ta-ta... Bella ragazza, ma.... Dio mene scampi e liberi!... E poi ci sono le pistole a mitraglia: ti-ti-ti-ti-ti.... Quelle sembrano collegiali che giochino ed urlino come uccellini spauriti.—Uh, l'ho presa!... Ma no!... Veh, scappa!... Brava Rosetta!... Corri!... ti-ti-ti...—Ed è la morte che passa. Ah!... La mort est une gaie maîtresse!...»
Prima è in un plotone di arditi: vi compie miracoli di valore; ma si guarda bene dal raccontarli. Scrive semplicemente che ha sofferto la fame e la sete. Ah, la sete!...
In data del trentun dicembre 1917:
«Questa sera è l'ultima dell'anno, ed io la passerò lavorando sotto alla «imminente luna», lontano da voi che amo, ma vicino a voi come non mai. Che Dio vi benedica tutti per l'anno nuovo, e con voi benedica l'Italia, e inspiri gli animi degli italiani, affinchè si ricordino d'essere prima di tutto e rimaner sopra tutto tali».
In data del primo gennajo, 1918:
«Anno che nasci nella strage e dalla strage, possa tu finire in pace, e che il sangue versato sia fecondo almeno!... Ma pace non può per noi significare che vittoria. Un'Europa sotto la Germania sarebbe cosa tanto impossibile e irrazionale, dopo venti secoli che le due razze latina e teutonica si trovan di fronte, in tregua talvolta, in pace mai, che la mente rifugge dal pensarlo!...».
Alla cuginetta Nucci, dal posto del più fiero pericolo:
«Ci si trova ora tra il freddo naturale e il caldo che cercano di produrre i tedeschi, sotto forma di pillole di varia grossezza. Mi rammento qualche volta che un tempo mi lavavo, e mi guardo con malinconia le mani e gli abiti ridotti a brandelli: eppure sento di essere migliore che non allora».
Promosso caporale per merito di guerra, e proposto per una licenza di premio (s'era negli ultimi fatti d'arme reso popolare nel suo plotone per atti di coraggio temerario), ne scrive al padre, con stupenda semplicità: