Ha ucciso, e urlato di gioia nell'uccidere, e più nemici atterrò più se ne compiacque: così è la guerra. Ha veduto cari compagni procombere e boccheggiar nel sangue, e il suo volto è rimasto impassibile e il suo cuore di bronzo: così è la guerra.

Potrebbe dire e dire—e tace:—senza rimorso e senza orgoglio, perchè sa d'aver compiuto nulla più di quel che s'era prefisso come dovere, e che domani andrà a compiere il resto.

Riparte la sera del ventisei.

Nebbia asfissiante, oscurità di pozzo, senso di soffocazione: tutta la famiglia lo accompagna al treno di tradotta.

Ognuno cerca di mantenersi calmo; ma vi sono onde di presentimento che a un dato istante sommergono il cuore.

Ora e non più.

La piccola sorella è la sola che non riesca a frenare l'angoscia: s'aggrappa alle spalle del suo maggiore, piange, singhiozza, lo ricopre degli ondeggianti capelli rossicci, e non vuole lasciarlo partire, e grida, come se con tal grido potesse trattenerlo: Roberto mio!... Roberto mio!...

Da quel momento egli sa ciò che lo aspetta. Ma resta impavido, si strappa dalla dolce catena vivente, depone la sorellina a terra, bacia, saluta, sorride, scompare.

Divora spazio per arrivar più presto, quasi tema gli manchi il tempo di raggiungere il destino. Rientrando sa che la sua compagnia è impegnata in un'importante azione offensiva: si precipita per trovarsi in linea.

Il giorno ventotto, alle dieci del mattino, è dato principio all'assalto di Col d'Èchele—sull'Altipiano d'Asiago—fra il Monte Valbella e il Col del Rosso.