Dalle dolcezze della casa, il volontario si è riscagliato d'impeto nel divampare della battaglia. Egli respira a pieni polmoni l'odor della polvere: la furia bellica gli arde negli occhi, gli fuma dalle nari.
Si trova con le truppe del centro: resistenza, assai più che alle ali, aspra e accanita da parte degli austriaci; necessità, per sgominarli, di quella travolgente ondata d'entusiasmo che centuplica il valore. La sorte del combattimento ondeggia: vittoria e sconfitta pendono a un filo.
Ed ecco che, mentre gli ufficiali compiono il loro dovere, Roberto Sarfatti semplice caporale dà il suo rugghio e il suo balzo leonino. Ritrova nell'attimo incerto e che potrebbe esser nefasto, le qualità d'uomo di guerra innate in lui: fulmineamente le spiega: scavalca, o abbatte con il calcio del fucile, con la rabbia che stronca ogni ostacolo, quei reticolati che non furono prima fatti saltare dalle artiglierie: primo a scalare la trincea avversaria, si getta in un camminamento nemico, e da solo riesce a catturare trenta prigionieri, e ad impossessarsi di una mitragliatrice: e poi, avanti: trascina i soldati con la veemenza irresistibile dell'esempio e del grido, li travolge nel suo vortice eroico, è uno e diventa mille, è un ragazzo e diventa un Dio: e, mentre, lanciato all'attacco d'una delle ultime gallerie presso la vetta, canta vittoria con la voce, con gli occhi, con i rossi zampilli delle ferite, piomba fulminato da una palla in fronte.
Raccolto e seppellito l'indomani, con religioso raccoglimento, in terra per lui riconquistata, dai compagni che gli sopravvissero; ma una ciocca dei capelli fu recisa fra grumo e grumo, e portata alla madre.
Diciassette anni, otto mesi e diciotto giorni.
Proposto per la medaglia d'oro.
*
E adesso?...
Morti su morti. Chi li conta ormai?...
È così facile, mio Dio, è così facile dimenticare!...