L'alba senza sangue sta forse per sorgere; e nel mondo si va facendo un grande silenzio per meglio sentirne il brivido.

Ma noi dobbiamo pur ricordare che la nostra dolce vita, dolce malgrado tutto e semplicemente perchè è la vita e perchè è libera, sono i nostri giovani morti che ce l'hanno ridata.

Quanti furono gli adolescenti che, a somiglianza di Roberto Sarfatti, gettarono di proprio impulso nella immane fornace della guerra la loro esistenza, chiusa ancora nel mistero del boccio e non ricca che di promesse?...

Adolescenti che noi credemmo nati a perpetuare in sanità la nostra razza: che, felici d'intatte vene, freschi della freschezza delle sorgenti, noi credemmo, sì, destinati a raccogliere le faticose eredità della scienza rivolta a sollevare, a guarire i mali dell'umanità:—non a lacerarla, a martirizzarla con i più raffinati ordigni del ferro e del fuoco.

Ma vissero in tempo di strage.

Non essi la vollero: non essi disonorarono la loro somiglianza con Dio disseminandola per il mondo. Preferirono affrontarla, piuttosto che subirla. Difendersi e difendere, piuttosto che accettare il giogo per sè e per altri.

E partirono senza indugio, come se avessero una vera esistenza da offrire, con le sue colpe, le sue esperienze, le sue responsabilità; e non avevano invece fra le mani che un sacro germoglio.

E i padri e le madri tacquero; e non osan nemmeno piangere sui morti.

Noi potremmo ora sgranare piamente il rosario degli adolescenti che caddero nella nostra guerra, come Roberto Sarfatti: ad ogni nome un'Ave, ad ogni gesta un Gloria.

Tutte le sere, dopo il lavoro e prima del giusto riposo, ciascun uomo e ciascuna donna italiana dovrebbe recitarlo, in umiltà ed in passione.