Sposetta ventenne, a Milano, ella divenne la «figlia del cuore» di Laura Solera Mantegazza. Le due fiamme arsero insieme. La mirabile organizzatrice che, prima in Italia, aveva introdotto il principio della cooperazione fra le operaie, e, vecchia ormai e malata, non aveva cessato un giorno di lavorare in fervida umiltà, lasciò, morendo, alla discepola, un legato: la Scuola Professionale Femminile, a pena fondata, se così si può dire, sulle basi di un tavolo, sei sedie, un nobile sogno, molta buona volontà—e, soldi, zero.
Il legato pesava; ma le giovani braccia eran forti.
Non v'ha di quel tempo chi non ricordi una straordinaria serata di beneficenza al vecchio teatro di Santa Radegonda, allora frequentatissimo. Serata che tutte le gazzette portarono alle stelle, che segnò un'epoca, che fu il sigillo dell'influenza morale e della popolarità di Alessandrina Ravizza. Vennero poi le «fiere annuali», vivacissime, indiavolate, attiranti tutta Milano, coronate con pazzi successi di simpatia e.... di cassetta.
Così la prima Scuola Professionale italiana per le fanciulle povere meravigliosamente fiorì.
Ecco, in un anno terribile, Milano sconvolta da una di quelle crisi industriali che gettano a mare un'intera popolazione. Con la miseria, con la disoccupazione, la crudeltà d'un inverno polare. Ed ecco Alessandrina Ravizza balzar fuori con le Cucine Economiche, e con le Cucine per gli ammalati poveri. Fondo di cassa: venti franchi. Cuoca, sguattera, aiutante, consigliera e socia: una rude popolana di Porta Garibaldi. Casa in cui le Cucine s'installarono: un bugigattolo di via Anfiteatro, covo di lôcch, rifugio di pregiudicati e di male femmine. Ma Alessandrina Ravizza non aveva paura dei lôcch, nè delle male femmine, nè dei budelli a doppia uscita, che puzzano di detriti e di delitto.
Il barabba classico, Togasso o Biscella, dai calzoni a campana e dal copricapo a visiera, calato sulla faccia tagliente come rasoio, si sberrettava davanti a lei, svegliando a scappellotti nella propria animaccia bislacca quanto vi poteva ancor dormire di cavalleresco. La donna da marciapiede si umiliava, serrando sul motto da trivio le labbra mal dipinte. Le lebbrose pareti, pratiche di vizio come vecchie lenone, si sbiancavano al passaggio di colei che non sapeva che cosa fosse paura. Compariva, illuminava, purificava. Nessuno toccò mai un capello alla «contessa del brœud», alla «sciôra Sandrina».
Possedeva l'immunità dell'amore.
Per riscossioni o invii di denaro, per missioni delicatissime, esigenti la più scrupolosa onestà, potè servirsi (anzi, servirsene fu la sua gioia) di certi avanzi di galera, da pregar Dio di non farceli incontrare ad un crocicchio, di notte. Ma quegli avanzi di galera si sarebbero lasciati ammazzare, per lei. Molti di loro fecero di meglio che morire: divennero, per lei, galantuomini.
Dopo l'insurrezione del 1898, l'ardentissimo appello d'una donna alle donne italiane apre una sottoscrizione di cinque centesimi a testa, per migliorare il vitto e le condizioni dei detenuti politici, chiusi in folla nelle prigioni. La stessa donna ottiene, dopo pazienti sforzi, che gli operai rivoluzionarî usciti dal carcere riprendano il loro vecchio posto nell'officina o nel laboratorio. La stessa, più tardi, non si dà pace finchè non riesce a far distribuire dal governo un'indennità di settantatrè mila lire ai ferrovieri licenziati in seguito alla famosa rivolta. Chi può essere?... Lei, sempre lei, Alessandrina Ravizza.
Mentre la sua opera sociale con tanta ampiezza si svolgeva, il suo appartamentino privato in via Andegari, nel centro più milanese di Milano, aveva l'aria d'un piccolo ministero. Gente e gente d'ogni classe, dalla signora in diamanti e pelliccia allo studentello in giacchetta logora, dal deputato all'operaio a spasso, dall'artista in altissima fama al ladro rilasciato dal carcere, riceveva udienza a quel dolce confessionale. Là ella rifulse nella sua inimitabile originalità. Là, ella fu «Sacha».