Primo di marzo del 1901: data memorabile. Nel teatro Olimpia, davanti ad un pubblico attento e raccolto come in un tempio, Gabriele d'Annunzio inaugura, con la lettura della Canzone di Garibaldi, l'Università Popolare di Milano.

Nell'opera bella Alessandrina Ravizza non fu, certamente, sola. I migliori fra coloro che io vorrei chiamare «costruttori intellettuali» furono con lei, per innalzare il monumento di coltura popolare del quale Milano va giustamente superba. Anni ed anni di vita intensa, di instancabile attività, ne fecero una delle più importanti palestre di pensiero della patria. I più illustri cultori dell'arte, della scienza, della filosofia, italiani e stranieri: professori e maestri più modesti di fama, pur non meno coscienziosi e ferventi, dissero, in quelle aule, la loro parola al lavoratore del ferro, del legno, della macchina, del cuoio, del libro.

La più nobile forma della fraternità.

La reale comunione degli spiriti.

Vennero ad ascoltare, a imparare, con gli operai, anche gli studenti, gli impiegati, i professionisti. E gli artisti, anche, vennero.

E, nella gioia del libero sapere, tutte le classi, là dentro, si cementarono.

E la Condottiera, che aveva posta la prima pietra, ne esultò; e il suo elastico spirito si volse ad altre mète.

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Fondata un'opera, ella (ove se ne eccettui la Casa di Lavoro) possedeva il genio, ed anche la virtù, di lasciarla vivere di vita propria. Trasfuso in essa il germe fecondatore, additatone l'indirizzo ideale, costruitone lo scheletro dell'organismo, non le imponeva a lungo la propria presenza, la propria autorità, come un dogma o una catena. La dominava, l'incitava; ma dal largo e dall'alto. Le diceva: «Respira, muoviti, e lavora: non a me tu devi obbedire; ma all'idea che ti trasse dall'ombra, ed alla inevitabile legge dell'evoluzione».

L'opera, per Alessandrina Ravizza, apparteneva all'umanità, che aveva il diritto e l'obbligo di rinsanguarla, con la corrente sempre viva delle giovani forze.