Veramente nell'opinione pubblica Sugnazza godeva stima di essere risoluto. Non per altro che per il modo con cui la vinceva sul suo compagno di sventura aveva suscitata sempre l'ilarità e, perchè no?, la simpatia dei compaesani.

Povera bestia!; più povera forse sotto la biroccia scarica che sotto il carico. Allorchè il padrone, dalla biroccia, s'ergeva a sostener la corsa per la maggior via del paese, l'asino dava uno spettacolo di pazienza e di sofferenza così sproporzionate da divertire anche la gente seria. Al grido annunziatore della tempesta incurvava il dorso quasi per offrir più alto il campo al randello e uscir tosto di pena; teneva [pg!171] stretta stretta la coda quasi per sottrarre sol esso, il suo unico inutile schermo; e finchè i colpi erano sopportabili interrompeva un istante l'andare abbassando la testa e rialzando un po' insieme le gambe di dietro quasi per accusar ricevuta. Ma se le legnate piombavano senza misericordia, allora col torace vuoto e risonante l'infelice aderiva a una delle stanghe, in un vano tentativo di allontanarsi, e pareva piangesse con le orecchie.

— Dàlli, Sugnazza!

Dava; e quell'uomo lungo lungo, squallido, barbuto, brutto, sporco, assomigliava al destino che non lascia tregua all'umanità. Tutti riconoscevano un po' sè stessi in quell'asino (siamo al mondo per soffrire); ma la virtù del saper soffrire è così rara negli uomini che diveniva amena a vederla in un animale di quella sorta.

Se però la bestia era sempre una bestia, l'uomo era sempre un uomo; e poichè pativa il tormento della fame, Sugnazza ora s'imaginava che ognuno — anche chi rideva dell'asino sotto le sue bòtte — si commoverebbe della sua disgrazia, della sua disperata decisione. Certo: il sindaco, l'arciprete, la Congregazione di carità, gli avventori, e, quantunque non fosse in lega, i fratelli della Camera del Lavoro, subito raccoglierebbero sussidi e offerte affinchè [pg!172] il disgraziato non si lasciasse morire là nel fiume, con l'asino. Certo: bastava informarli di questo proposito che aveva in mente, e tutti si darebbero d'attorno per aiutarlo. Nè a informarli mancherebbero messaggeri. Quanti, fra poco, correrebbero a vederlo e a compiangerlo, povero diavolo, da venti anni perseguitato dalla sfortuna; e adesso gli era spirato l'asino là in mezzo!

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Non appena infatti i birocciai della ghiaia ebbero data la nuova all'osteria del borgo, qualche ozioso e parecchi monelli si affrettarono gaiamente allo spettacolo inatteso. Gli uomini ristettero sul ponte o sulla sponda sinistra; e chiamavano Sugnazza, e lo canzonavano con le grida e le apostrofi che egli usava con il suo asino: i monelli preferirono passare di là dalla strada e dalla sponda destra calar nel greto già asciutto; indi metter mano ai ciottoli. Della bestia non si scorgeva che la pancia gonfia, a fior d'acqua; dell'uomo si scorgeva solo quel che del dorso superava i ripari della biroccia; e la difficoltà di colpir giusto suscitava legittima emulazione. La sassaiola cadeva nell'acqua, sollevava spruzzi brillanti.

[pg!173] Ma — bene! — un sassolino toccò Sugnazza proprio dove più sporgeva a bersaglio.

Si alzò in piedi. Con quanta ira potè elevò il bastone, e sembrò sfidar l'aria; e tendendo l'altro braccio, per allargare la minaccia alla vastità della scena, urlò con quanta voce potè: — Lasciatemi stare! Il fiume è di tutti! Qui sono e qui sto; qui voglio morire, se chi può non mi aiuta! Diteglielo! — urlava. — Diteglielo! — urlò di nuovo rivolto a quelli che eran sul ponte. — Se non mi aiutano a comperare un'altra bestia, mi lascio morir qui, com'è vero Dio!

Ma a una nuova sassata, la lunga, grama, oscura persona di lui, che nella luce meridiana e nello splendore dell'acqua si sarebbe detto un fantasma non più pauroso rimasto là fuor d'ora, sopra una biroccia, per un caso buffo, si rovesciò a rigiacere e non die' più segno di vita.