— A te! — chiamò Sandro contando pochi soldi e porgendoli allo Scricco. Questi li intascò; disse: — Vi saluto, gente! —; e se ne [pg!23] andava. Ma si fermò là, dove, presso la catasta di legna e di fasci, erano ammucchiate le zucche per i porci.
— Vuoi una zucca? — gli chiese a voce alta Sandro, per ridere.
Rise anche lo Scricco tornando indietro; e quando gli fu presso disse a mezza voce:
— Fareste meglio a tenermi qua da voi, per garzone.
L'altro strinse gli occhi fissandolo; poi rispose:
— E io ti tengo.
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Così lo Scricco fu contento. Cominciata la vendemmia, accettò volentieri di portare con gli operai più robusti i cesti e i bigonci; e sapendosi da che parte veniva, i compagni l'incitavano a raccontare. — Cosa facevi in collegio? Come ci campavi? Stavi allegro? — Egli, durante le soste dell'opera, raccontava; teneva allegra la compagnia per il modo con cui esaltava le delizie del reclusorio. Cantava anche a squarciagola una canzone che aveva sommessamente imparata a Castelfranco; e ridevano, sebbene fosse una canzone da piangere.
Ma per il campo lo Scricco si meravigliava [pg!24] e godeva — e non lo diceva — delle piccole cose che ritrovava dopo tanti anni, e che gli ridestavano impressioni di sogni avuti là dentro, nella cella, alle notti grevi.
Allodole trillavano invisibili contro il sole; cincie e lui si chiamavano, mai stanchi, d'albero in albero; le passere frullavano a frotte. Nei prati, i fiori d'inverno rompevano di lilla le verdi distese, brillavano gocce di guazza; candide famiglie di funghi spuntavano dalle radure. Si spandeva lontano l'odore dei pioppi. E al sole la dolcezza dell'aria faceva ricordare i giorni più tristi, ma passati per sempre.