— Dov'eri a dormire? — domandò rabbrividendo d'angoscia.

La bambina non rispondeva, piangeva.

E lui ripeteva la domanda; pregava, scongiurava che rispondesse. Ah le abominevoli bestie!

— Dov'eri a dormire? Dimmelo! dimmelo dunque!

[pg!50] Essa accennò al noce; e singhiozzando si contorceva. Soffriva tanto! Nessun dubbio: un pericolo, una disgrazia terribile; enorme!

Affannosamente, con quanta voce aveva, il nonno si diede a chiamare il garzone. Lo manderebbe a chiamare il medico: corresse subito, per l'amor di Dio! Sempre lo aveva inteso dire, sempre, che le forfecchie entrano negli orecchi di chi dorme, e se non si han pronti i ferri e la mano dell'arte, bisogna morire. Impazzire, e morire arrabbiati come per rabbia di cane. Quella bambina!

Chiamava quanto più alto poteva:

— Cleto! corri, qui! Cleto! ohe!

Invano. Il garzone se ne era andato o alla bottega per la foglia, o altrove. Maledetto!

E la poverina gemeva, mentre lui, il nonno, atterrito, con le sue grida ne copriva il gemito; e inveiva contro le donne che avevano lasciata la casa vuota, sciagurate!, e contro gli altri che eran via, lontano, senza pensare.