Quando poi ricevevano lettere, pretendendo non fossero scritte con libera volontà, le commentavano a loro modo, leggevano tra le righe le più strambe rivelazioni, le interpretavano a [pg!57] rovescio. «Non mi manca nulla» doveva significare che morivano di fame. «Per adesso non si combatte» significava — tac! tac! tac! e bum! bum! — battaglia e strage.
— E te, Ida? Cosa ti scrive il tuo Giulio? — spesso le chiedevano, forse anche per mortificarla, chè lei riceveva meno lettere.
Rispondeva senza scomporsi:
— Niente. Dice che fa il servizio di trasporto e che sta bene, e io credo a quel che dice.
— Fortunata te!
— Fortunato lui!
Ma una sera le fecero scappare davvero la pazienza. Fu così: lei che aveva trepidato e trepidava non ignara dei pericoli che pur Giulio correva, lei che a Giulio gli voleva un bene grande, non sempre si sottraeva all'ipotesi di una disgrazia; ma cotesta paura la teneva in sè, nel suo segreto; non ne avrebbe discorso nemmeno con sua madre, quasi per una ripugnanza di una tristezza colpevole o di un malaugurio.
Invece l'Adriana e l'Olga, che in sentimento d'amore pretendevano dar legge al mondo, non solo non rifuggivano dall'immaginare morti i loro innamorati: ne discorrevano per vantare la passione che esse ne proverebbero. E le frasi e le esclamazioni tragiche, per quanto potesse essere [pg!58] sincero il sentimento che le suggeriva, urtavano i nervi all'Ida come una finzione, una falsità.
L'Adriana affermò:
— Se Gustavo, che è troppo coraggioso, troppo! troppo!, ci restasse, oh, io non mi farei suora; vorrei che tutti vedessero, capissero il mio dolore e mi compiangessero. Uno uguale non lo troverei più! Nessun altro, mai più!