— Ti ringrazio; e ci rivedremo.
Era poco lungi, per la strada, quando udì dei passi dietro a sè. Si volse. Celso col cappello in mano, disse (e le labbra gli tremavano): — Mi perdona?
Il conte gli pose la destra sulla spalla e tornò a fissarlo. Che occhi! — Sì, figliuolo!
E riprese la strada pensando: — Intelligenza; animo ardito; cuore, e, per di più, inclinazione latente!
II.
Questa dell'«inclinazione latente» era una delle sue idee. Anche nel campo dell'intelligenza — diceva — la natura è non di rado riserbata, quasi timida, gelosa dei suoi tesori; e ingegni non comuni restano improduttivi e [pg!111] sconosciuti non solo perchè sono mancate le condizioni propizie al loro sviluppo, ma perchè nessuno ne ha saputo intuire la disposizione segreta, rimasta ignota a loro stessi; nessuno ne ha eccitate le intime facoltà creative. — E soggiungeva candidamente: — È il mio caso. Io non sono un imbecille, eppure a sessant'anni non so ancora come sarei potuto riuscire più utile alla società e alla patria, e divenire un bravomo.
— Facendo il professore di filosofia — insinuava qualcuno, credendo di fargli piacere. Egli scuoteva il capo.
— No, sarei stato ugualmente inutile.
Per esser utile, da un pezzo, aveva rivolta l'attenzione psicologica agli adolescenti che conosceva. Ma non uno che dimostrasse d'aver molto sale in testa e alla domanda: — In qual modo, per che via preferiresti diventare un uomo celebre? — rispondesse: «Non lo so». Lo troverò una volta o l'altra — ripeteva il filosofo, saldo nella sua convinzione.
Finalmente! L'aveva trovato nella fucina di un povero fabbro!