Dondèla ebbe l'avviso di presentarsi la mattina dopo al palazzo Agabiti; e vi andò di malavoglia, per causa del chiodo scottante, la cui storia già esilarava tutta la città. Invece [pg!112] l'aspettava una bella fortuna. Il conte gli propose di stipendiargli un garzone più abile di Celso e di assumere Celso al suo servizio.
— Ho bisogno di un giovine che aiuti la vecchia Cleofe nelle faccende di casa; ho bisogno di uno che aiuti me nelle mie faccende: contabile, segretario, bibliotecario, ecc.
— Misericordia! — esclamò Dondèla in un impeto di lealtà. — Ma cosa vuol cavarci da mio figlio? Non ha voglia di far niente! È la mia disperazione!
— È la mia speranza! — ribattè il conte Mauro con solennità profetica.
III.
I libri dovevano prestar lo strumento più sicuro per l'assaggio intellettuale. Due o tre ore al giorno furono dedicate alla lettura e allo studio nella domestica biblioteca. E mentre uno ritornava ai filosofi primitivi, che amava di più, l'altro pareva immergersi tutto nei volumi dei novellieri, dei poeti e degli storici.
Ore deliziose! Beati pomeriggi! Maestro e discepolo s'addormentavano a un tempo. Ma se si svegliava prima Celso, con una pagliuzza solleticava il naso del conte; questi agitava la mano [pg!113] quasi a scacciare una mosca e soffiava spalancando gli occhi, e chiedeva: — Hai letto? Bel libro, è vero? —. Se invece si svegliava prima lui, aspettava che il discepolo sollevasse il capo e guardasse confuso. Allora gli diceva: — La gloria, mio caro, non si acquista dormendo come noi. Solo a prezzo di fatiche e vigilie molti autori delle opere che ci stanno d'attorno sono arrivati a non morir mai.
Col suo sorriso Celso pareva dire: — Eh via! che qualche buona dormitina la facevano anche loro!
— Pensa alla gloria, ascóltati — seguitava il filosofo. — Non ti piacerebbe di vivere in eterno, sia pure in uno scaffale di biblioteca? Che cosa senti a tale pensiero?
L'altro annusava e rispondeva: — Sento puzza di muffa.