— Hai ragione — concludeva il conte Mauro —; apri le vetrate. Di quando in quando bisogna dare aria anche agli immortali.
E uscivano a spasso. Non però in cerca di chiodi. La famosa raccolta era già finita, se non con la piena efficacia che il filosofo aveva sperata, in modo tuttavia abbastanza edificante. Più di una volta, uscendo di casa, si era imbattuto in monelli che gli offrivano manciate di chiodi spuntati e storti. Egli li ricompensava [pg!114] a soldi; e così il buon esempio fruttava ai raccoglitori, almeno dal lato economico. Ma Celso non esitò ad affermare che, per quanti chiodi perda l'umanità, quelli eran troppi, e dovevano essere rubati.
— Bene! — fe' il conte. E con le tasche piene della raccolta legittima o illegittima, andò da tutti i fabbri e falegnami a chiedere: — Ve ne mancano? — Rispondevano di sì? Risarciva di sua tasca e diceva: — Se io non fossi andato alla mia ricerca, voi, ora, non sapreste d'aver un ladruncolo in bottega. Educatelo a mirar in alto.
IV.
Il campo dello scibile è lungo e largo, e quando un cervello balzano può scorrazzarvi dentro secondo gli frulla la voglia, è difficile tenergli dietro per vedere dove stia meglio, difficile sperimentare dove gli aggradirà, alla fine, mettersi a posto. Nessuna meraviglia che l'esperimento del conte filosofo durasse parecchi anni. Quante volte esclamò dentro di sè: — Ci siamo! Si ferma! Lo fermo! —, e il cervello di Celso voltava e scappava da tutt'altra banda!
Il procedimento alla scoperta fu metodico: per induzione o deduzione, ed esclusione. E [pg!115] scartati, sin dai primi tempi, la letteratura e gli studi affini, che addormentavano il ragazzo e gli davano il senso di muffa, c'era da ritenerlo segretamente disposto alle scienze anzi che alle arti. Ciò rispondeva pure al segreto desiderio del maestro. Farne, per esempio, un grande chimico?
Questa speranza derivò logicamente dalla considerazione che la vecchia Cleofe non salvava dalle mani di Celso neppur uno dei suoi garofani fioriti.
— Mi piacciono tanto i fiori! — esclamava lui con la voce soave delle ragazze che glieli chiedevano.
Ecco forse la via buona, che conduceva — oltre che alla floricoltura — alla botanica, e allo studio degli elementi costitutivi e produttivi del terreno: cioè alla chimica agraria, e quindi alla chimica in generale.
Tutto un inverno per il conte e Celso, e anche per la Cleofe, passò in una illusione di primavera. Contemplavano cataloghi di giardinieri, leggevano manuali di orticoltura, vedevano l'orticello attiguo alla casa mutato in Eden. Celso, che aveva già quindici anni, ci vedeva anche, nell'Eden, delle belle ragazze che esclamavano con voce soave: — Mi piacciono tanto i fiori! —; e sopportava le spine: [pg!116] i trattati di chimica organica che il conte, senza insistere, intrometteva a quelli del regno vegetale.