A marzo furono provvedute le sementi dei fiori scelti. E pur troppo insieme con esse e con i vasetti e i barattoli di concimi chimici, entrarono nella biblioteca volumi pieni di formule, lambicchi e storte.
Ma le piantine erano appena spuntate nei letti caldi che lo studente involontario misurò il pericolo. — Se il giardino va bene, son rovinato; mi tocca sgobbare più di un farmacista!
Accadde così che, poste a dimora, le pianticelle dei fiori allevati con tante cure, sembrarono svilupparsi tutte uguali: rigogliose, ma tutte uguali.
— Come sarà? — si chiedevano stupiti il conte e la Cleofe.
Il loro stupore sarebbe stato meno grande se avessero saputo che nelle aiuole Celso aveva profuso una certa semente, per cui, ad aprile, l'orto di casa Agabiti era trasformato in una magnifica distesa d'ortica.
Logica conseguenza: il disgusto, la disperazione di Celso; i volumi pieni delle formule internati negli scaffali più remoti; bottiglie, storte e lambicchi banditi dalla biblioteca.
[pg!117] — Hai ragione — disse il filosofo —; la floricoltura non è per te.
— E neanche la chimica — aggiunse il discepolo.
Proseguendo, il metodo — infallibile — escludeva a poco a poco la fisica, escludeva la medicina e studi affini, escludeva tutte le scienze naturali, ad una ad una.
Quando il caso rivelatore, come si sa, di molte vocazioni famose, condusse una sera il conte a esclamare: — Torniamo all'arte!