Ella arrossì, mentre io ridevo più stupidamente del poveretto.

— Suona Giovannin....; — Ortensia disse con intenzione ironica, nell'avviarsi.

Quando fummo di nuovo al cancello (e il cieco straziava l'«addio, mia bella, addio!») essa mormorò:

Giovannin è forse da invidiare!

Io avevo l'angoscia alla gola; avrei voluto ribattere: «Anch'io credetti invidiarlo un giorno! Ma tu in avvenire sarai felice!»

Chiesi invece, per celarmi:

— Dove vai?

— Su in casa, a cucire.

Nè la rividi in tutto il giorno. «Mette a prova la sua forza di volontà — io pensavo. — Se resiste alla tentazione di star meco le ultime ore, resisterà all'amore fino a guarirne, e forse in breve». Anche lei più forte di me!; ed essa ignorava quant'io soffrivo!

Sul tardi Eugenia, passando dalla sala terrena e scorgendomi solo, si meravigliò e ristette.