— Domenica prossima m'accompagnerà lei, cavaliere.
— Volentierissimo! Parigi val bene una messa!
— Farà lei questo sacrificio.... — E Ortensia mi guardava.
— Un sacrificio — il cavaliere oppose — che il corrispondente della Campana invidierebbe. Legga, signorina, che cosa si dice qui.... — E le porse uno dei giornali.
Da prima sommessamente, poi forte, Ortensia lesse; ma nel suo volto pallido la lettura sostituiva tosto alla noia un'impronta di sarcasmo. Mi parve di vedere un'anima intristita. E quando dalle lodi del cavaliere «oratore splendido», degno di essere assunto non pure «alla più alta carica municipale, ma a quella di rappresentante dell'intera nazione», il corrispondente passò a descriver la festa, a nominar le persone cospicue del pubblico e a vantar le «ideali parvenze» delle signorine Moser, allora Ortensia proruppe: il cavaliere rimase innondato da un'onda di torbida ilarità.
— Ma bravo! Bravo, signor cavaliere! E lei crede che nessuno se n'accorga? Ah Ah! Ma la corrispondenza l'ha fatta lei! Tutti lo capiranno; e se qualcuno non lo capirà, lo dirò io! io! a tutti!
Fulgosi affogava. Si mise a scongiurare:
— No, signorina, non lo creda; non è vero; non lo dica!... Anche se lo crede, per carità non lo dica!... Noblesse oblige.... Lei così gentile perchè vuol rovinarmi?
— A tutti! Tutti debbono saperlo! Mamma, Marcella, venite a leggere che coraggio ha avuto il cavalier Fulgosi!
Fortunatamente Eugenia e Marcella, le quali venivano già pronte per andare in paese, interpretarono quello sfogo come uno scherzo; e io stesso m'intromisi a mutar la cosa in gioco.