E mentre lo fermava al petto:
— Non voglio più dirle: Sivori. Carlo: che bel nome!
Dal tono della voce m'accorsi che nel suo segreto più volte ella doveva aver ripetuto forte, così, il mio nome.
— Andiamo: arriveremo a messa finita!
Quando arrivammo il campanello indicava il Sanctus; le donne s'inginocchiavano.
Ortensia s'avvicinò a loro, là, dove ci eravamo rifugiati il dì della bufera. Ed io, poggiato al pilastro, liberamente, adesso, avvolgevo Ortensia del mio sguardo.
.... Dove andrei? in qual parte scamperei ai mio soffrire? M'accogliesse, anzi che monti aprichi e boschivi, una landa; m'arrestassero lo sguardo i muri d'una città anzi che estendermelo un orizzonte sterminato: che importava? Per tutto ella mi seguirebbe a farmi soffrire! Dolente immagine, mi seguirebbe? o ridente? Salva del mio amore? felice un giorno nell'amore di Roveni? Ah se tutto non era vanità come l'ombra che ci proteggeva; se tutto non era illusione come la fede che le pareva sentire adesso, perchè il suo Dio non le toccava il cuore e non le diceva: «Sii di me solo?»
Non impazzivo! All'Elevazione abbassai gli occhi, per non vederla, e cercai invano nel mio cuore una preghiera infantile.
Ma se non potevo pregare, neanche potevo più maledire! Impossibile in quel trepido silenzio invocare, come un tempo, un disordine enorme che lanciasse il mondo delle passioni umane nelle tenebre e nella morte! Impossibile sognare mai più che una potenza suprema, mostruosa e gaia, si rivelasse a por termine alla sua commedia, ordinando: «Basta! Basta con l'amore!; col dolore!» Per i buoni, per gl'ingenui, per i forti, — se non per me — una fede, un Dio, c'era! E gettando lo sguardo all'aperto: «Sì, tutto nell'autunno deperirebbe e ingiallirebbe, e marcirebbe nell'inverno; ma in quel cielo cristallino e fervido, in quella letizia luminosa e festiva, risplendeva, certa, una promessa di vita.
Dal mio stesso dolore, nel sacrificio, non rampollerebbe un bene?... Senza più ira, senza più gelosia mi provai a riguardarla....