— Lo sapevo che Sivori non ci avrebbe abbandonati! — Furono queste le sue prime parole. Io, per prima cosa, mi avvidi che quella donna così patita e debole nell'aspetto, con molti capelli bianchi, con le guance scarne, conservava e manifestava negli occhi una meravigliosa forza; la fede le diceva: «Devi sopportare e soffrire; e ne avrai bene per te e per i tuoi!»

— Voi non ci avete abbandonati nella sventura — ripetè; e mentre io stringevo e tenevo stretta nella mia la sua mano, aggiunse, chinando gli occhi:

— Una sventura forse irreparabile....

— Non lo credo. Sì riparerà; supereremo questa prova!

Tal sicurezza di parola e d'intenzione in me fece rialzare lo sguardo d'Eugenia; schiarì il suo volto, quasi s'accendesse di una nuova speranza non solo ma si compiacesse dell'energia nuova che io dimostravo. Proseguii lamentando di non aver trovato Claudio.

— Vi siete incontrati per viaggio.

— Mino?... Ortensia?

— Mino è a scuola in paese; Ortensia è già avvertita: ora scende.

Per vincere e dissimulare l'impazienza narrai della mia visita a Marcella e a Guido, e affrettai dimande su quanto era accaduto.

La signora mi riferì che il più ostinato avversario al concordato dei creditori era il vecchio Learchi. Conoscendo bene costui, ormai Claudio non sperava più che nessuna cosa o ragione riuscisse a smuoverlo: era irremovibile, più che per altro, per il rancore del danno patito.