Era stupendo nel ricco e lungo paletot; con un colletto così alto che pareva averlo ereditato da suo figlio, e la cravattina a tinte scozzesi, e i guanti gris-perle; con i baffetti e la barbetta d'un biondo pallido pallido: l'uomo di spirito, avverso ad ogni tintura, aveva ceduto allo spirito della conservazione apparente. E l'uomo di mondo in una città cosmopolita non si confuse a vedermi: mi fe' un inchino alla francese, mi diede una stretta di mano all'inglese e improvvisò un complimento da italiano e patriotta:

— Il dottor Sivori è come Romagnosi: quando si direbbe che è morto è più vivo di prima!

Quale insigne opera meditavo? Quale nobile impresa mi aveva ricondotto in patria? Le risposte che gli diedi non l'impedirono dall'accompagnarsi meco e dal cadere, dopo pochi passi, in discorso di Moser. Sapeva qualche cosa, non tutto, della disgrazia; quel tanto che aveva appreso da Guido, con cui egli, sempre uomo superiore, era rimasto in buona amicizia nonostante l'inimicizia ch'era divenuta sempre più grave tra lui e il Learchi padre, ora sindaco di Valdigorgo. Soavemente compianse la «gentile» Eugenia, la «amabile» Ortensia, la «dolce» Marcella, e rievocò i bei giorni di Valdigorgo.

— Che bei giorni, eh, dottore?...; quando non pioveva....

Già: quel giorno che gli avevo dato dello sciocco, pioveva!

Ma il culto di così care memorie l'induceva a chiedermi un favore grande, memorabile anch'esso.

— Non mi dica di no.... La mia signora sarà felice di rivederla! Mi faccia grazia.... di venire a pranzo da noi, oggi.

Impossibile! avevo tante faccende!

— Lo credo, illustre amico; lo credo. Però dovrà pur rubarlo un po' di tempo alle faccende, per desinare: lo rubi, e me ne faccia dono.

— Impossibile! — ripetei duro come un tedesco.