PARTE TERZA.
I.
All'uscio di cucina il Biondo aveva attaccato il Lunario del Campagnolo: Sant'Antonio in rozza stampa, lunga barba, col pastorale e il campanello; il porco a destra e a sinistra, in terra, il sacro libro e una gran fiamma; ai lati, l'ordine dei mesi con le insegne zodiacali, e, sotto, la leggenda che rammentava i mali dell'anno già caduto «nel numero dei più» promettendo migliore l'anno nuovo.
«Nel nuovo anno gli uomini fatti savi dall'esperienza, che è la miglior maestra della vita; abbandonate le malsane idee, che per un momento poterono turbare le menti umane sotto l'influsso di false massime, vivranno fra loro nella maggior concordia. Tutte il male non vien per nuocere. Avanziamoci fiduciosi incontro all'avvenire, e le nostre speranze non saranno deluse; dopo la scarsità, avremo l'abbondanza....»
E sebbene non ancora a mezzo di quest'anno nuovo il Biondo si dolesse delle stagioni avverse all'abbondanza e del socialismo avverso alla concordia, io m'attenevo alla profezia e umilmente la rileggevo ogni dì: fatto savio ormai dall'esperienza; abbandonate ormai le malsane idee e le false massime, e quasi fiducioso nell'avvenire, io mi sentiva in bastevole concordia col mio più fiero nemico e padrone: con me medesimo.
Concordia, intendiamoci, non era tranquillità, e di pensieri ne avevo anche troppi.
Ma senza dubbio il mutamento in me, da un pezzo incominciato, era grande; era divenuto così grande che non mi perdevo nemmeno a indagarne le cause. Quali esse fossero mi chiedo ora. Forse a riscuoter tutte le mie forze, accidiate da tanto tempo; a darmi resistenza per le fatiche del nuovo ufficio che esercitavo in campagne solitarie e lontane; a tenermi desto la notte dopo giornate laboriose per studiar quanto di medicina pratica o avevo disimparato o ignoravo; a ringiovanire insomma nella vita attiva senza sforzo di volontà, forse mi bastò il consiglio di Claudio, il dì della mia partenza per Molinella: — Lavoriamo! —? Generoso esempio di un uomo la cui fibra non era stata infranta da tante batoste e dolori, la cui riconoscenza per me non era limitata dall'intenzione di sdebitarsi meco!
Ma la virtù che mi rianimava doveva esser ben altra che quella dell'esempio; ben altra che il beneficio dell'attività!
E veramente nell'esercizio e negli obblighi di una professione gravosa, ingloriosa, angusta, molte volte sentii e vidi, al letto de' miei squallidi malati, che il compito assunto per necessità era più importante, più attraente, più umano, più nobile che quello di tendere alle cose inafferrabili. Se non che mi accompagnava per tutto un sentore di lezzo, un'impressione di miseria avvilita e non domata, un'eco di minacce segrete e di odî già palesi.
Piuttosto m'eccitava dunque a una vita forte e utile la virtù del sacrificio da me compiuto a pro dell'amicizia?