Via! Contro le pene che mi dava il ricordo dei Moser, poco valeva la soddisfazione del servigio reso a Claudio. Per Claudio era già venuto il dì dell'ultimo strappo: dell'addio alla villa. Che cuore era stato il suo in quel giorno? E Ortensia, che era rimasta con lui fino all'ultimo momento?... Poi sapevo come Claudio, dopo aver trasferito la famiglia a Milano con la speranza di trovarvi subito impiego, consumava la smania di operare in una triste vicenda d'illusioni e delusioni.

Intanto Ortensia e Eugenia dimoravano a Milano, col pericolo d'imbattersi in Roveni o d'esserne insidiate. Senza dirle quale vendetta egli forse meditava, io, partendo, avevo scritto a Eugenia affinchè stesse in guardia; invigilasse soprattutto alla posta e sottraesse qualsiasi lettera indirizzata a Ortensia: dubitavo di una lettera anonima. Eugenia mi aveva risposto che seguirebbe attentamente il consiglio. Ma quel dubbio della lettera anonima mi era, in certi giorni, un'ossessione; mi affliggeva anche il timore che Eugenia potesse scoprire la calunnia incombente su di lei; e avevo un bel dirmi: «avvenga che può, coscienza ci assicura».

Ortensia non l'avevo più riveduta. Per ripugnanza che io assistessi più oltre alla sua distruzione, Claudio non aveva insistito che l'accompagnassi a Valdigorgo, e io non avevo osato andar con lui, quasi a raccogliere riconoscenza. Così non potevo raffigurarmi Ortensia che con le attitudini e le parole dell'ultima volta che l'avevo vista, l'unica volta dopo tre anni; e mi ripetevo: «Quel giorno, lassù, pur nel momento in cui mi confidò il conflitto tragico dell'animo suo, pur quando disperata invocò il mio consiglio, qualche cosa di misterioso s'interpose a quella espansione».

Era stato l'ultimo rancore del male che le avevo fatto? Era stato l'orgoglio ferito dal soccorso che io promettevo alla sua famiglia o dallo stesso consiglio ch'ella si sentiva costretta a chiedermi? O quali altri sospetti ottenebravano l'anima dolorosa mentre l'agitava lo spavento del disonore paterno?

Questo, questo, il mio maggior tormento nelle tregue dalle fatiche quotidiane, o nelle notti insonni!

E quando non ne potei più, sapete che feci? Scrissi a Ortensia, col pretesto d'aver da lei notizie della famiglia. Per poco non mi rimproveravo di soverchia audacia! Ella rispose subito. A leggere e rileggere quelle poche righe — la prima lettera di Ortensia che io ricevevo! — facevo rabbia a me stesso; tentavo esprimere da poche parole un significato che non avevano; non sapevo persuadermi che dopo tanto amore e con tanto amore io dovessi rassegnarmi a una letterina di stile perfettamente amichevole. Stanco di me e della lettera, la stracciai; mi pentii d'averla stracciata. Affettuosamente — e a me pareva in modo freddo — Ortensia mi dava notizie di tutti: del padre sempre in speranze; della madre sempre fidente in giorni migliori; di sè che stava «discretamente». Aggiungeva:

Si parla ogni giorno di voi, Sivori; se ne parla non solo come di un benefattore ma come di uno di noi, della nostra famiglia che sia lontano.

«Già, un fratello! — io gridavo a me stesso: — Ortensia vuol dire che non mi ama più e che non mi amerà mai più!»

E con tutto ciò, con tutti questi contrasti, io.... non me la prendevo con Sant'Antonio! Ne consultavo il lunario e senza ironia me ne ripetevo le parole: «Tutto il male non viene per nuocere. Bisogna aver fiducia nell'avvenire».

Quali dunque le cause o la causa del mio mutamento? Forse all'intendimento della vita e all'elevazione dell'animo il dolore può anche più dell'amore? E una notte feci questo sogno: