E come Dio volle, cioè ai primi di maggio, mi fu annunciata la partenza dei Moser da Milano.

Ortensia a Bologna! Potrei vederla! rivederla di frequente!... — E Roveni? — Ah che la mia consolazione era tale da lenirmi la spina che avevo nel cuore!

Non ero esente da ogni timore, ma la mia gioia era tanta da rappresentarmi il pericolo di Roveni come sempre più dubbio.

Quando Ortensia fosse vicina a me la difenderei meglio e mi difenderei meglio!

Mi giustificava, in ciò, la passione, m'illudeva la speranza d'aver abbastanza sofferto per mitigare il mio destino; l'energia ricuperata mi pareva bastevole a superar il destino, se mai mi tornasse avverso!

III.

La prima domenica di maggio vidi la Ca' Rossa nella realtà, priva della poesia con cui me l'aveva descritta Moser. Di lontano, dalla strada, appariva quale una vecchia casa di campagna messa a uso di villeggiatura e ritinta, se non di rosso, di gialliccio. Vi piombai inatteso durante l'intervallo fra due corse del tram a vapore. A scorgermi dal cancello — un cancello di legno — Mino, che giuocava alle bocce con un operaio, gridò: — C'è Sivori! c'è Sivori! —; e Claudio, che assisteva alla partita, fumando, mi corse incontro anche lui; mi furono addosso, con abbracci soffocanti.

— Un saluto in fretta.... — rispondevo a quell'aggressione gioiosa. — Ho un malato grave laggiù.... Non posso trattenermi....

— Eugenia! Ortensia! Correte!; se no, scappa! — urlava Claudio.

— C'è Sivori! Sivori! — urlava Mino correndo intorno e tornando ad abbracciarmi.