— Bisognerà aumentare i vasi del giardino — le dissi —; mi permetterete, Ortensia, di mandarvi dei garofani della mia massaia.
E Moser:
— Sono straordinari i garofani della Pulicreta; rossi come i bargigli di suo marito!
— Qui la massaia sono io e faremo giardiniera la mamma. Vita nuova! — mormorò Ortensia con sorriso amaro. Mentre il padre entrava nella camera di Mino, ella aggiunse: — Vita di pianura.
— Ma non vita bassa. Anche qui proverete gioie; forse quali non avete provate mai!
Lo sguardo di Ortensia m'interrogò profondamente per interpretare tutto il mio pensiero; poi, come non mi credesse, volse gli occhi altrove. Accanto a me, così, mi pareva bella di fierezza: l'esile ma alta e proporzionata persona aveva la nobiltà del portamento che è dono divino della natura; nè alcun poeta avrebbe potuto desiderare più bella fronte e più bei capelli per far di una strofa una corona.
La fierezza che un tempo era fugace ne' suoi occhi e ne' suoi «voglio», pareva in lei esser divenuta, ora, abituale.
— Dev'esser molto triste la vostra pianura, laggiù!
— Triste — risposi —; ma d'una tristezza pacata e dolce.
Passava in quel punto il fragore di un treno: ansioso, rapido, forte, violento, e scemava; poi, subito dopo, riprendeva intenso, più veloce, e ancora diminuiva, si perdeva; eppoi ancora, per un istante, un fondo e uguale roteare metallico, e più nulla. Dall'orto venivan voci di donne, invisibili.