— Tu vedi tutto bello e tutto buono. Presto imparerai che al mondo c'è più cattiveria che bontà e che il brutto supera il bello.
— Dio! Dio! che uomo! — esclamava; e rimaneva sopra pensiero un istante, guardandomi quasi mi ricercasse nel cuore quanto dolore e quanta sciagura m'avessero condotto a creder così. Le restava come un timor panico negli occhi.
Anche le dicevo:
— Tu sei facile alle impressioni, ma rifletti poco. Comincia dunque dal riflettere su le impressioni degli altri: leggi.
— Leggeremo! purchè non sgridi, non rimproveri....
Ma di leggere non avrebbe trovata opportunità se non si fosse mutato il tempo.
Al principio di settembre piovve alcuni giorni di seguito, con autunnale ostinazione; e poichè non bastava cucire o ricamare a sbalzi per passar la giornata, Ortensia dovè prendere un libro. Avevo vinto. E qual migliore consigliere di un buon libro? Io ne sceglievo di quelli che rappresentassero la vita qual è. Potevo così interrompere il triste ufficio di ammonitore e quietarmi nella consuetudine che il maltempo rendeva più raccolta e più cara, costringendoci a restar quasi sempre in casa.
Però anche lei, la sorellina, aveva vinto oramai. Era così ubbidiente, paziente, affettuosa! Io per lei sentivo rifluirmi nelle vene il sangue della salute, nè mi bisognava più uno sforzo di volontà a bandire dalla mente i pensieri maligni.
Mentre la pioggia or bruiva a pena a pena or squassava a dirotto, dalla poltrona ov'ero adagiato io sogguardavo, con le palpebre un po' chine, alla cupa linea boschiva, in fondo, tutta velata sotto il cielo piovoso, e dinanzi, giù nel giardino, agli abeti densi, dall'innumeri braccia ad arco e dalle esili vette immote a ricever l'acqua come Dio la mandava.
Ortensia leggeva. Non leggeva male; rilevava anzi agevolmente il senso e variava senza leziosaggine la bella voce, e di tratto in tratto s'arrestava, colpita.