Invece fu soccorso. Perchè mai? Un triste dubbio gli penetrò per la prima volta nell'animo: che la fortuna sua portasse jettatura agli altri; ed ecco come. Alle prove di licenza s'incagliò nella traduzione del greco; s'ingarbugliò in un maledetto periodo ipotetico, lungo lungo, da cui tutto il resto dipendeva in connessione logica e da cui egli, per quanto tirasse, non riusciva a strappare un senso razionale. E le ore passavano. Già qualcuno copiava la traduzione in buona copia; già i professori guardavano biechi, passando, ai fogli pieni di cancellature e di triboli, che non davan speranza di prossima fine.
E passò un'altra ora. Poscia uno consegnò il cómpit; quindi, in breve, molti; dei quali chi tornava dalla cattedra con aria dimessa: «sarà quel che sarà!»; e chi con viso lieto: «anche questa è fatta!»; e tutti con la colazione davanti agli occhi e l'anima alleggerita.
Ma gl'infelici in ritardo s'asciugavano la fronte; si curvavano sempre più sulle sudate carte e sui vocabolari copiosi e indifferenti; inghiottivano, sentendosi mancare le idee, la speranza e la lena, un pezzetto di cioccolata o s'attaccavano alla bottiglietta del cognac; si compromettevano con segni di richiamo e gettiti di pallottoline che recavano in seno una domanda o una risposta, un'invocazione d'aiuto o l'aiuto d'uno sproposito; vedevano, i miseri, la paterna e la materna angoscia.
Gaspare vedeva lo zio Giorgio e Luigi.
A un tratto il compagno di destra mise un profondo sospiro; guardò con, negli occhi, la gioia della vittoria e insieme una luce di carità; poi chiese a Dicci, piano piano:
— E tu?
— Se non ci fosse quest'ottativo....
— A te! copia...; ma cambia le frasi.
.... Gaspare Bicci fu ammesso all'esame orale, si salvò anche dal greco; e il compagno che l'aveva disimpacciato, fu bocciato in greco!
L'anno dopo Bicci andò a estrarre il numero di leva.