Questo, o press'a poco, gli avrebbe detto lo zio. Ma Gaspare si consolò da sè per una diversa riflessione: dal non avere egli mai un forte mal di capo; dal non prendersi neppure un grosso raffreddore, non dovevan conseguire le pleuriti e le polmoniti altrui.
Per fortuna non conosceva dei medici i quali gli dicessero che, secondo la scienza moderna, anche il raffreddore è un'infezione, la benefica natura distribuendo nell'aria, per gli uomini e per le bestie, moltitudini di microbi frigoriferi; onde se la fortuna risparmia qualche suo prediletto dall'ingoiarne, tanti più ne rimangono, di microbi, a danno degli altri uomini e delle altre bestie.
Gaspare tuttavia non credeva d'essere un uomo fuori del genere o sottratto alle conseguenze del peccato originale, ed era appena uscito dal dubbio della jettatura che cadde in un timore più forte. Ricordava che suo padre e sua madre, di cui riteneva la sanità del sangue e della fibra, eran morti giovani entrambi per malattie casuali e violente. Non avrebbe egli la medesima fine? Sarebbe come un rovescio tutto d'un colpo; come una giustizia sommaria che lo rimetterebbe nella regola dell'infelice destino umano!
E per evitare un tal colpo egli era condotto a desiderare qualche piccola disgrazia: una piccola malattia, un fiasco alla Scuola di applicazione.
Ma che! Il diploma d'ingegnere l'ottenne, se non con lode, senz'infamia. Non ebbe subito impiego; ma non lo cercò, avendo modo di vivere modestamente, di leggere romanzi, disegnare, dipingere alla meglio, suonare alla peggio il pianoforte e andare a spasso: di vivere, insomma, senza far nulla. Nè si ammalò lui.
Una sera lo zio Giorgio venne a casa male in gambe, e con un gran freddo addosso.
III.
La malattia dello zio Giorgio fu breve, forse perchè non ne aveva avute altre mai in vita sua.
Sentendo irreparabile il danno del morbo e prossima l'ora, parlò al nipote con la serenità d'un savio antico. E disse:
— Un savio ti esorterebbe a vivere secondo il suo esempio; io, al contrario, non so proprio che consigli darti.